Autore:
Dr Franjo Komarica

  I. capitolo II. capitolo III. capitolo IV. capitolo V. capitolo VI. capitolo VII. capitolo VIII. capitolo IX. capitolo X. capitolo  
Documenti del Vescovo di Banja Luka durante gli anni della guerra 1991-1995


- I -
CON I FRATELLI DELL’EPISCOPATO

 
LETTERA DEI VESCOVI CROATI A TUTTI I VESCOVI DEL MONDO

Pericolo dell'imposizione di una dittatura comunista
Le tensioni che attualmente sconvolgono il Sud Europa, in particolare i po­poli annessi alla Jugoslavia, ci hanno persuaso a rivolgerci a Voi con questa lettera per descrivervi le condizioni nelle quali vive la nostra Chiesa e il nostro popolo.
Quasi 4.500.000 di cattolici croati vivono nelle Repubblica Croata e nella Repubblica di Bosnia Erzegovina. Una piccola parte dei cattolici croati vive an­che nella Repubblica Serba e nella Repubblica del Montenegro.
In Croazia i Croati costituiscono quasi l'80% della popolazione, mentre qual­cosa più dell'11% sono d'etnia serba e i rimanenti sono d'altre minoranze etni-che, in prevalenza di fede cattolica. Nella Bosnia Erzegovina i Croati rappresen­tano quasi il 20% della popolazione (e sono più di 800.000), i musulmani più del 40% ed i serbi poco più del 30%.
La Chiesa Cattolica in Croazia è formata da undici diocesi, tra le quali una greco-cattolica e in Bosnia Erzegovina operano quattro diocesi cattoliche.
Tranne che per alcuni problemi comuni che vengono trattati sul piano della conferenza episcopale per la Jugoslavia, sia i Vescovi croati sia quelli sloveni si incontrano separatamente per le problematiche pastorali dei loro territori. Que­sta lettera ve la inviano appunto i Vescovi croati da uno di questi incontri. 

Nella "prigione delle nazioni"
I territori nei quali operiamo cessarono di far parie dell'impero austro-ungarico nel 1918 e formarono uno Stato assieme al Regno di Serbia, al quale si era unito in precedenza il Regno di Montenegro. Ci trovammo così, per la prima volta nella storia, sotto la dinastia serbo-ortodossa e con la chiesa ortodossa come chiesa "portante".
Anzi di più: era come se fosse stato gettato un ponte sui confini storici tra l'Impero romano d'oriente e d'occidente, tra la cultura bizantina che aveva carat­terizzato lo stato serbo e i nostri territori che sono rimasti nel mondo della cultura latina.
I politici del nuovo Stato dell'area dell'ex-Impero Austro-ungarico erano dell'opinione che il nuovo Paese doveva essere formato in base al principio dell'uguaglianza dei diritti di tutti i cittadini e della salvaguardia delle diverse popola­zioni ad esso annesse. La politica serba si comportò invece come se il nuovo Paese fosse la continuazione della Serbia. Queste opposte concezioni sconvol­sero il regno della Jugoslavia durante tutta la sua poco più che ventennale esistenza. I croati si trovavano in una dolorosa situazione per voler difendere la loro identità culturale e nazionale. Le prigioni si riempirono e numerose vittime morirono a causa della violenza statale. Il momento più tragico si raggiunse nell'anno 1928, quando al Parlamento di Belgrado furono uccisi i rappresentanti del popolo croato e tra loro anche l'allora capo del popolo croato Stjepan Radić. La chiesa soffrì con il suo popolo, intercesse presso le autorità a favore dei perse­guitati e sostenne spiritualmente le giustificate aspirazioni del popolo.
Dopo l'assassinio del re Alessandro a Marsiglia nel 1934, il regime provò dapprima a rimediare le sue relazioni con la Sede Apostolica stipulando un Con­cordato (1937) seguito da alcune misure per l'autonomia dei Croati (Banovina Croata, 1939). Il Concordato però, a causa delle violente dimostrazioni anticattoliche che furono condotte dalla Chiesa Ortodossa, non venne mai rati­ficato e la Banovina Croata entrò in vigore solo dopo un anno e mezzo dalla sua approvazione.
La seconda guerra mondiale distrusse il regno Jugoslavo in soli dieci giorni nell'aprile del 1941. I popoli che conobbero questo stato come "Prigione del po­polo", vissero la sua caduta come liberazione. Tutto ciò si raggiunse però duran­te l'occupazione delle potenze dell'asse. Fu così proclamato lo Stato Croato. Alla sua guida però non c'erano i politici democraticamente eletti, bensì un grup­po che era dipendente dalle potenze dell'Asse.
Il popolo fu sopraffatto da una guerra civile che fu combattuta, nel territorio dell'allora Croazia, in modo estremamente brutale. La popolazione croata soffrì sotto le bande armate serbe ("Chetniks") e quella serba sotto la vendetta del regime croato ("Ustashi"). Quando la Germania entrò in guerra con l'URSS ini­ziò la guerriglia sovietica. I comunisti come movimento di resistenza, hanno as­soggettato con i propri metodi le forze della resistenza democratica attiva e pas­siva e in questo modo effettuato il loro programma di fondazione di un sistema comunista secondo l'esempio dell'Unione Sovietica. I documenti che la politica ufficiale fino ad ora ignorò o addirittura impedì di pubblicare testimoniano la preoccupazione della Chiesa per la salvezza della vita umana. 

La particolare durezza della violenza comunista
Gli alleati occidentali si dimostrarono incapaci di appoggiare la resistenza dei loro simpatizzanti e di formare presso di noi un sistema democratico. Con il sostegno dell’Unione Sovietica i comunisti hanno rotto tutti gli accordi stipulati ed eliminato tutte le forze democratiche. Il rinnovamento della Jugoslavia, non più come Stato unitario bensì come Stato federale, era motivato dal tentativo di risolvere il problema delle diverse etnie, di modo che nelle diverse repubbliche fosse garantita la sovranità d'ogni singolo popolo e, al contempo, venisse orga­nizzata la loro collaborazione sul piano dell'alleanza. Ma poiché il monopolio del potere comunista, condotto in modo accentratore e totalitario, escluse la demo­crazia ed i diritti fondamentali, la realizzazione dei diritti nazionali rimase fittizia.
Per quanto riguarda la Chiesa cattolica ed il popolo croato, possiamo testimoniare che furono sottoposti alla violenza comunista durante e dopo la guerra con estrema durezza. Per motivi ideologici e specialmente a causa del principio di una colpa collettiva per l'alleanza del governo di guerra in Croazia con le potenze dell'Asse, si arrivò ad esecuzioni di massa, campi di concentramento, emigrazione forzata e, in seguito, ad indottrinamento ateistico, specialmente at­traverso il sistema scolastico.Tutto ciò ha inferto alla chiesa cattolica e al popolo croato pesanti colpi, sia sotto l'aspetto fisico che spirituale. L'assunzione della cultura bizantina nella prassi comunista contro la chiesa, si manifestò anche nello sforzo di dividere la chiesa cattolica dal Successore di Pietro, in modo che il popolo perdesse la sua identità culturale e venisse fuso con la sfera culturale del modello orientale. Questo non riuscì del tutto, ma la Chiesa cattolica si trovò a lungo sul banco degli imputati come ispiratrice della coscienza del popolo croato e come rappresentante di una potenza occidentale (del Vaticano). La vittima più famosa, ma anche il simbolo della resistenza spirituale, divenne l'Arcivescovo di Zagabria Alojzije card. Stepinac, uno delle alcune centinaia di vescovi e sa­cerdoti che furono arrestati o uccisi.
In questi tempi abbiamo accettato, con particolare gratitudine, il sostegno della Santa Sede e delle chiese locali in Europa e in America, specialmente attraverso le loro istituzioni caritatevoli che ci hanno aiutato. Si deve inoltre dire che successivamente il sistema comunista allentò la sua severità e fu così pos­sibile attuare alcune riforme del Concilio Vaticano II nella vita interna della Chie­sa.
Gli avvenimenti che recentemente portarono alla storica inversione nell'Eu­ropa Centrale resero possibili anche qui da noi nel 1990, per la prima volta dopo la guerra, libere elezioni. Il tener conto dei diritti umani fondamentali, la realizza­zioni delle libertà civili e il sistema democratico della formazione dello stato se­condo il modello occidentale sono novità delle quali, alcuni anni fa, non osavamo nemmeno sperare.
La nostra Chiesa ha incoraggiato i credenti a liberarsi dalla paura e dall'apa­tia e a realizzare le libertà civili mediante la partecipazione alle libere elezioni. Siamo dell'opinione dell'avere contribuito con ciò al passaggio non violento del nuovo sistema democratico nel nostro Paese. Di ciò siamo grati a Dio.
Le libere elezioni hanno aperto la via ad un ulteriore sviluppo delle libertà popolari, in particolare quelle religiose ed anche all'attuazione della libertà e dell'autodecisione dei popoli. Sorse la domanda di un nuovo accordo storico che avrebbe dovuto dimostrare se sul territorio, dove nel 1918 venne costituita la Jugoslavia, si potesse finalmente attuare l'equiparazione o se i popoli dovesse­ro rendersi indipendenti e, come singole entità, aderire alla Comunità Europea. La Chiesa, che ha fatto una pesante esperienza storica con la prima e seconda Jugoslavia, guarda al nuovo clima politico sia come possibilità di vera libertà per il popolo, sia come occasione per un operato più libero e un vivere assieme più tranquillo in una società pluralistica, anche nei rapporti ecumenici.

II pericolo di una trasformazione di tipo libanese
Abbiamo tuttavia percepito una forte resistenza nei confronti dei cambia­menti democratici. La resistenza è evidente in quel programma politico, attraver­so il quale si dovrebbe ottenere un socialismo di tipo comunista, in modo che la Jugoslavia rimanga organizzata in maniera accentrata e non venga messa in dubbio la priorità degli interessi serbi. I fautori di questo programma sono politici di primo piano, alti ufficiali (in maggioranza serbi) e, purtroppo, alcune persona­lità di primo piano della chiesa serbo-ortodossa. Così l'ideologia comunista, le pretese della Grande Serbia ed il potere militare si trovano uniti nello stesso progetto e si oppongono con forza alla tradizione culturale occidentale e, in par­ticolare, alle repubbliche con tradizioni spiccatamente europeo-occidentali.
Queste forze conducono una spietata campagna propagandistica, minac­ciando interventi militari. La propaganda si indirizza con particolare accanimen­to contro la Chiesa cattolica, sia locale che nella sua totalità, contro la persona del Papa e contro il Vaticano, quale simbolo di tutti i mali. Sia la stampa mondiale che la stampa ecclesiastica serba, e questo ci rattrista estremamente, ripetono tenacemente una mostruosa formula che è inconcepibile. Si scrive e si dice apertamente che il Vaticano, il Komeinismo, il fondamentalismo islamico e la GIÀ abbiano congiurato contro "l'essere serbi". Nemmeno i membri della gerarchia della Chiesa Serba furono avveduti nelle loro accuse contro la Chiesa Cattolica, nonostante tutti i nostri sforzi di scegliere accuratamente le parole in questa situazione particolarmente delicata per le relazioni ecumeniche. Nonostante fos­simo stati costretti a fare delle denuncie dovemmo anche essere attenti a non insultare alcuna persona né la sostanza cristiana della religione ortodossa. Nel­le masse, però, l'odio contro il cattolicesimo si è già talmente radicato che viene messo in relazione con lo sforzo della Slovenia e della Croazia per l'indipenden­za e che sembra dar addito a qualsiasi tragico esito. Dopo la gioia per la vittoria dei partiti non comunisti alle elezioni libere dell'anno scorso la paura si è impadronita dei nostri fedeli e viene alla luce la volontà di difendersi e, sì, perfino la volontà di armarsi. Lo squilibrio nel rapporto delle forze tra i vertici militari, rappresentanti del vecchio sistema, e i commissariati repubblicani che difendo­no il nuovo sistema democratico aumenta solamente il pericolo che venga inter­rotto il dialogo politico e che si arrivi all'imposizione violenta della dittatura comu­nista. Nella Repubblica Serba e nelle Repubbliche del Montenegro, anche dopo le votazioni, i comunisti (a volte autoribatezzati socialisti) sono rimasti al potere, le votazioni a livello federale non sono ancora state fatte e la vecchia legislazio­ne federale è ancora in vigore. La minaccia di "repressione come nel Kossovo", cioè la violenta repressione dei diritti nazionali, come da anni viene praticata nel Kossovo nei confronti degli Albanesi, ci sovrasta come reale possibilità. Da que­sto punto dì vista non manca molto alla trasformazione del nostro territorio in un nuovo Libano.
Abbiamo indetto preghiere per la pace e la giustizia alle quali esortiamo spes­so i nostri fedeli. Noi salutiamo l'impegno dell'opinione pubblica mondiale democratica che cerca di ottenere la risoluzione dell'attuale crisi costituzionale con la diplomazia e non con l'impiego della violenza.
Gli ambienti cattolici nel mondo potrebbero esserci d'aiuto.
Sarebbe per noi una consolazione particolare se si potesse avverare la visi­ta del Santo Padre alla nostra Chiesa. Però, nonostante i ripetuti inviti ufficiali del governo, la forza anticattolica è riuscita fino ad ora ad impedirla. Anche questo è un segno eloquente per la condizione della nostra Chiesa in questa Jugoslavia.
Con questa lettera vogliamo manifestare ai nostri fratelli nell'Episcopato la posizione della Chiesa cattolica nel popolo croato. Siamo convinti che ciò sia necessario, poiché insieme formiamo un'unica Chiesa e "se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui" (1Cor 12,26). Al contempo vorremmo riparare eventuali omis­sioni a causa delle quali non è molto compresa fra i cattolici di tutto il mondo la nostra situazione.
Salutandovi nel nome del Signore ci raccomandiamo alle vostre preghiere presso il Signore e alla vostra fraterna solidarietà.

 Card. Franjo Kuharić, Arcivescovo di Zagabria, Metropolita,
Mons. Ante Jurić, Arcivescovo di Spalato, Metropolita,
Mons. Vinko Puljić, Arcivescovo di Sarajevo, Metropolita,
Mons. Antun Tamarut, Arcivescovo di Fiume, Metropolita,
Mons. Marijan Oblak, Arcivescovo di Zara,
Mons. Srećko Badurina, Vescovo di Šibenik,
Mons. Antun Bogetić, Vescovo di Poreč e Pula,
Mons. Josip Bozanić, Vescovo di Krk,
Mons. Ivo Gugić, Vescovo di Kotor,
Mons. Franjo Komarica, Vescovo di Banja Luka,
Mons. Ćiril Kos, Vescovo di Đakovo - Srijem,
Mons. Slavomir Miklovš, Vescovo di Križevci,
Mons. Želimir Puljić, Vescovo di Dubrovnik,
Mons. Slobodan Štambuk, Vescovo di Hvar,
Mons. Pavao Žanić, Vescovo di Mestar,
Mons. Đuro Koška, Vescovo Ausiliare di Zagabria,
Mons. Ivan Prenđa, Coadiutore dell'Arcivescovo di Zara,
Mons. Marin Srakić, Vescovo Ausiliare di Đakovo.

 Zagabria, 1 febbraio 1991

inizio_pagina

Messaggio dei Vescovi croati alla Repubblica Croata

IN ARMONIA VERSO UN GENERALE RINNOVAMENTO

Cari e stimati fedeli!
La gioia della gente croata, dovuta alla costituzione e al riconoscimento internazionale dello Stato Croato, è anche la gioia dei Vescovi e delta Chiesa in Croazia. Allo stesso tempo vogliamo esprimere la nostra gratitudine per il volere fermo e deciso della gente di usare metodi legittimi per portare stabilità politica com'è già stato dimostrato in molti modi nel passato e ancora una volta alle elezioni e ai recenti referendum.
Siamo convinti che altri stati, che stanno emergendo in questa regione d'Europa saranno maggiormente in grado di realizzare il progetto spirituale e mate­riale per i loro cittadini. Per questo mandiamo le nostre congratulazioni alla gente slovena per la costituzione dello Stato di Slovenia.
Con la sua semplice e pura apparizione la Croazia desidera stabilire la pace lungo i suoi confini e all'interno di essi e, nonostante le sue aspirazioni alla liber­tà per la gente croata, c'è il dovere di affrontare ogni sforzo per stabilire una duratura civiltà di pace, di libertà, di cooperazione e di rispetto reciproco delle nazioni per questa parte d'Europa.
La Repubblica Croata, che sta dando inizio ad una vita di totale indipenden­za, domanderà a tutti i suoi cittadini, specialmente a quelli che sono stati scelti per guidare la nostra politica estera, d'essere saggi, disinteressati e responsa­bili nei propri doveri e di impiegare al meglio le loro capacità allo scopo di costru­ire uno Stato il migliore possibile. Il valore della famiglia, della comunità e della società nel suo complesso rappresentano le condizioni spirituali, legali, culturali ed economiche per una vita dignitosa per ciascun individuo all'interno dello Sta­to Croato e richiedono continuo sviluppo e perfezionamento.
La Chiesa è conscia del fatto che il suo compito pastorale deve affrontare una nuova sfida e che ciò richiede di intraprendere nuove strade. La diversità dei valori e delle responsabilità temporali dagli scopi più che naturali della Chie­sa, come pure il rispetto dell'autorità costituita e i doveri dei cittadini, non esclu­dono la Chiesa dalla società ma piuttosto la mettono nella condizione di coope­rare e, appunto perché tale, di realizzare la sua missione: annunciare il Vangelo di Gesù Cristo, celebrare i santi sacramenti, servire la santa Madre, Maestra delle nostre vite morali e spirituali.
In queste regioni la Chiesa rimane "in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano" (LG 1 ).
La natura della Chiesa ci è trasmessa fin modo conciso) dal Concilio Vatica­no II quando si afferma che la Chiesa è "nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell'azione e dedita alla contempla­zione, presente nel mondo e, tuttavia pellegrina" (SC 2).
E' proprio dalla natura stessa della Chiesa che noi riconosciamo il suo posto nella società umana, determinando anche i suoi diritti e i suoi doveri.
La Chiesa, con la sua evidente e storica presenza, è posta continuamente di fronte alla realtà quotidiana degli uomini e delle loro istituzioni. I metodi per coo­perare sono stabiliti in conformità ad un rispetto reciproco tra Chiesa e istituzioni secolari. In merito alle relazioni con lo Stato, la giurisdizione della Santa Sede è necessaria in modo particolare. La nostra Chiesa vuole tentare, su questa base, di essere compagna di viaggio e collaboratrice per la salvezza delle generazioni presenti e future della nostra Nazione.
Parlando del suo posto nella società, o dei suoi diritti e doveri, la Chiesa sostiene contemporaneamente i diritti di tutti gli uomini. Il rispetto per ciascun essere umano e per ogni sincera coscienza è la base per una società giusta.
Ha valore in modo particolare rispettare tutte le comunità di fede così da potere noi tutti - in relazione alla nostra personale coscienza religiosa - parteci­pare allo sviluppo spirituale del popolo in qualità di cittadini uguali della Repubbli­ca Croata. L'affermazione che siamo sinceramente preparati per un dialogo ecumenico all'interno delle regioni in cui viviamo e dove ci incontriamo con i cristiani di altre Chiese e di altre comunità religiose non la consideriamo un'im­posizione quanto piuttosto una testimonianza.
Queste condizioni che stanno alla base renderanno meno difficoltosa la ri­nascita che ci troviamo ad affrontare.
Il primo difficile dovere imposto a noi tutti dai venti spietati della guerra è di ricostruire, nel senso letterale del termine, nuove case, nuovi paesi e città. Dob­biamo ricostruire le nostre chiese che sono state distrutte e rovinate in modo così brutale. Certamente non sarà più facile ricostruire il nostro stare insieme spirituale e morale, così da poter far rinascere l'amore verso la nostra terra natia e ristabilire le nostre comunità parrocchiali. Centinaia di migliaia di profughi di guerra sono stati spinti a forza in una posizione di totale dipendenza da altri e non sono in grado di ricostruire le loro case, fattorie o affari per conto proprio. Dobbiamo incoraggiare il loro spirito di intraprendenza e la loro voglia di vivere, in modo che possano nuovamente, con l'aiuto del governo e di altre istituzioni, conseguire i loro valori umani e riempire di gioia i loro cuori con i frutti del proprio lavoro.
Le vittime che morirono, per lo più in modo assai cruento, sono uno speciale capitolo della nostra terribile calamità. Possano la Croce della nostra religione e le nostre preghiere preservare la loro memoria. Noi dobbiamo sostenere i loro cari e star loro vicini allo scopo di far maturare i frutti della solidarietà umana e dell'amore cristiano.
Le nostre anime sono oppresse da coloro dei quali siamo vittime. Essi ci hanno causato grande male e sofferenza. Come possiamo stare di fronte a loro nella nostra vita? Ci siamo sentiti impotenti ed è per questo motivo che preghia­mo il nostro Signore Crocifisso e la sua Santa Madre ai piedi della croce in modo da sentire nuovamente nei nostri cuori, sebbene gradualmente, l'invocazione di Gesù: "Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno". (Le 23,34) Tutta­via allo stesso tempo dobbiamo accettare la preghiera che Gesù ci ha insegna­to: "E rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori" (Mt 6,12). Nei conflitti di una guerra sia chi attacca sia chi difende soffrono, così è neces­sario offrire a tutti perdono reciproco e riconciliazione.
Da ora in poi ci presenteremo con il nostro nome e useremo liberamente la nostra identità per cooperare con altre nazioni e con la moltitudine delle loro istituzioni, sia nel settore privato sia pubblico.
Ciò apre per noi nuove possibilità così come nuove richieste. Con una cultu­ra rinnovata e purificata daremo un contributo al tesoro delle nazioni. Noi riceve­remo ma, allo stesso tempo, offriremo agli altri. Ci leveremo al di sopra degli insulti e della sensazione di essere cittadini di secondo grado, come ci hanno fatto sentire in passato. Il nostro posto in mezzo alle nazioni del mondo non sarà né inferiore né superiore a quello che ci meritiamo di diritto e che possiamo guadagnarci come costruttori (di pari diritto) di un mondo migliore.
Una fonte di grande aiuto ad una madre patria sono i suoi cittadini sparsi in tutto il mondo.
Il rispetto che essi si sono guadagnati con il loro lavoro e atteggiamento ha aumentato l'onore del nome Croato agli occhi di tutti coloro che incontrano nella vita. Assieme ai loro preti rappresentano la comunità cattolica, portando la lin­gua croata e la cultura nelle chiese locali rappresentano, assieme ai loro preti, la comunità cattolica e, attraverso loro, la chiesa del Paese è presente nella vita della Chiesa universale.
In qualità di vescovi della Chiesa Croata ci siamo sentiti in modo particolare stimolati e obbligati a cooperare nelle repubbliche confinanti con la gente catto­lica croata che vive nella loro centenaria madre terra. Come cittadini apparte­nenti ai loro stati, assieme ai loro concittadini, sono uguali e rispettabili costrutto­ri di giustizia sociale, prosperità e pace in ogni luogo. Ciò richiede che la comu­nità della Chiesa Cattolica, condividendo la stessa lingua e storia, sia unita nelle molteplici attività, nella sua struttura e nel promuovere la vita ecclesiale.
Dov'è il potere per una tale impresa?
Rispetto reciproco, solidarietà e amore cristiano sono stati espressi e speri­mentati nelle catastrofi con le quali tutti abbiamo dovuto confrontarci e che han­no testimoni oculari non solo entro i nostri confini ma anche al di fuori degli stes­si. Queste calamità hanno fatto emergere e sviluppato fonti di energia spirituale che speriamo non diminuiscano ma al contrario crescano con questa nuova sfida di rinnovamento. L'armonia di tutti i nostri principi di vita e delle visioni poli­tiche nei doveri che ci aspettano è una grandissima virtù sociale che bisogne­rebbe far crescere nei cuori di ciascun uomo.
In particolare è un onore esprimere pubblicamente la nostra gratitudine alla Santa Sede, ai Vescovi della Chiesa Cattolica e ai cattolici di tutto il mondo. La nostra unità con la Chiesa universale è stata manifestata in questi momenti dram­matici della nostra storia attraverso tutte le forme di sostegno e cooperazione: con preghiere, aiuto caritatevole, gesti di pace e di giustizia. Ciò è stato partico-larmente evidente nei nostri ringraziamenti alle altre comunità religiose, così come alla gente di buona volontà, specialmente a coloro che, per ciò che hanno fatto, hanno il potere di accrescere la nostra pace e libertà. Noi speriamo che questo amore e questa solidarietà continueranno ad essere con noi anche in futuro.
Nonostante tutto l'aiuto e le espressioni di solidarietà nei confronti della no­stra sofferenza, nelle nostre preghiere quotidiane sia individuali sia collettive abbiamo sempre espresso il nostro abbandono in Dio. Tutto questo ha partico-larmente rinvigorito il nostro spirito e ha sostenuto la nostra speranza anche nei momenti più difficili. La benedizione dell'amore di Dio per noi, oltre ad essere una buona ragione di fede, trasforma in una canzone di ringraziamento il fatto che la mano di Dio ci guiderà sulla strada che abbiamo scelto di percorrere.
"Lasciaci andare in nome di Dio! Con la speranza che stia incominciando una nuova era nella storia del nostro popolo e della nostra Chiesa in queste regioni, chiediamo la benedizione di Dio per lo Stato Croato, per tutti i suoi citta­dini, per il governo in carica e le sue attività, e come tale lo faccia andare avanti in saggezza e misericordia davanti a Dio e al suo popolo." (cfr. Lc 2,25)
Rimettiamo noi stessi, la nostra Chiesa, le genti e il loro futuro nelle mani della Santa Vergine Madre, piena di grazia e ausiliatrice della Croazia!

 Cardinale FRANJO KUHARIĆ, Arcivescovo di Zagabria, Metropolita
Mons. ANTE JURIĆ, Arcivescovo di Spalato, Metropolita
Mons. ANTUN TAMARUT, Arcivescovo di Fiume - Senj, Metropolita
Mons. MARIJAN OBLAK, Arcivescovo di Zara
Mons. ĆIRIL KOS, Vescovo di Đakovo - Srijem
Mons. SLAVOMIR MIKLOVŠ, vescovo di Križevci
Mons. ANTUN BOGETIĆ, Vescovo di Poreč - Pula
Mons. SREĆKO BADURINA, Vescovo di Šibenik
Mons. SLOBODAN ŠTAMBUK, Vescovo di Hvar
Mons. ŽELIMIR PULJIĆ, Vescovo di Dubrovnik
Mons. IVAN PRENĐA, Arcivescovo Coadiutore di Zara
Mons. ĐURO KOKŠA, Vescovo Ausiliare di Zagabria
Mons. MARIN SRAKIĆ, Vescovo Ausiliare di Đakovo
Mons. JURAJ JEZERINAC, Vescovo Ausiliare di Zagabria
Mons. PETAR ŠOLIĆ, Vescovo Ausiliare di Spalato
Mons. MARKO CULEJ, nominato Vescovo Ausiliare di Zagabria

 I Vescovi cattolici della Bosnia-Erzegovina si uniscono con un messaggio di gioia per la nazione croata in seguito al riconoscimento internazionale dello Sta­to Croato.

 Mons. VINKO PULJIĆ, Arcivescovo di Vrhbosna
Mons. PAVAO ŽANIĆ, Vescovo di Mostar - Duvno e Trebinje
Mons. FRANJO KOMARICA, Vescovo di Banja Luka

 Zagabria, 15 gennaio 1992

  inizio_pagina

Dichiarazione dei Vescovi Croati sulla situazione in Bosnia-Erzegovina per il Sinodo della Conferenza Episcopale della Croazia, 7 ottobre 1992.

DECISA PROTESTA CONTRO LA VIOLAZIONE DELLA DIGNITÀ PERSONALE, NAZIONALE E RELIGIOSA DEI POPOLI

Dopo il referendum tenuto in Bosnia-Erzegovina all'inizio di quest'anno, che ha determinato la formazione di uno stato indipendente e sovrano, questo è stato riconosciuto a livello internazionale dagli altri Stati e la sua condizione è stata conseguentemente riaffermata con la sua accettazione in quanto stato membro delle Nazioni Unite. La Repubblica Croata è stata tra i primi Stati a riconoscere la Repubblica di Bosnia-Erzegovina mentre il 20 agosto '92 la Santa Sede non solo riconobbe la Repubblica ma istituì rapporti diplomatici con lo Stato appena for­mato.
I Vescovi cattolici delle Repubbliche di Croazia e della Bosnia-Erzegovina ebbero un occhio di riguardo per le attività politiche e diplomatiche più significa­tive nella speranza che l'aggressione nei confronti del giovane e indipendente Stato avesse fine. Sfortunatamente le attività di guerra che iniziarono nell'otto­bre del 1991 in alcuni luoghi dell'Erzegovina orientale incominciarono a diffon­dersi altrove in aprile e causarono tremende ripercussioni. Queste sono state sentile in modo particolare nel genocidio di una popolazione senza colpa, nella fuga di centinaia di migliaia di persone dai loro focolari, nell'umiliazione morale di gente innocente, nel saccheggio delle loro proprietà e nella distruzione delle loro città e paesi. Come risultato c'è un'enorme scarsità dei generi di prima necessi­tà per la vita e la gente deve affrontare la fame. Questa guerra assurda ha cau­sato una sofferenza senza precedenti a tutti i cittadini della Bosnia-Erzegovina -Musulmani, Serbi, Croati e altri cittadini - incurante della loro fede e nazionalità.
La Chiesa cattolica nella Bosnia-Erzegovina sta affrontando la più difficile prova e tortura di questa guerra imposta. Alcuni Vescovi sono stati completa­mente isolati per mesi, molti di loro non sono liberi di circolare e di incontrarsi con i loro parroci e fedeli. Le cattedrali di Banja Luka e Sarajevo sono state gravemente danneggiale e la residenza del Vescovo in Mostar è stata bruciata. E' totalmente inutilizzabile la Cattedrale di Trebinje e i Vescovi non hanno alcun accesso ad essa. Metà dei fedeli dell'Arcidiocesi di Vrhbosna sono stati scac­ciati. In pratica 60 parrocchie sono state distrutte e più di 100 chiese sono state danneggiate. Migliaia di fedeli sono stati allontanati dalla diocesi di Banja Luka, il 30% delle sue chiese sono andate distrutte mentre il 40% sono state in qualche misura danneggiate. Molte decine di migliaia di fedeli sono stati espulsi dalle loro parrocchie nella diocesi Erzegovina. Qualche dozzina di parrocchie è stata di­strutta e 40 chiese e costruzioni sono state in pratica danneggiate o distrutte.
Noi siamo profondamente partecipi con tutta la gente che soffre, che è stata umiliata, con i profughi e leviamo in modo deciso le nostre voci in protesta contro la persecuzione dei diritti inviolabili dell'uomo, contro l'abuso della dignità indivi­duale, etnica e religiosa (generale insicurezza per la vita, perdita del posto di lavoro, violenze e atrocità di ogni genere), dovute alla pulizia etnica che è in atto nelle regioni della Bosnia-Erzegovina.
Con tutto il nostro cuore ci uniamo al Papa Giovanni Paolo II e alla Santa Sede negli innumerevoli appelli per porre fine a questa guerra assurda e affin­chè la comunità internazionale trovi il modo per disarmare l'aggressore. Chie­diamo a tutte le organizzazioni caritatevoli di continuare ad offrire il loro aiuto umanitario a coloro che sono nel bisogno. Noi facciamo appello ai nostri rifugiati e profughi affinchè ritornino nelle loro case. Ringraziamo chiunque abbia espresso la propria solidarietà nella nostra battaglia.
Infine preghiamo per i nostri concittadini all'estero, che contemporaneamen­te ringraziamo per il grande aiuto che hanno mandato alla gente della Croazia, affinchè possano continuare ad aiutare con il loro amore cristiano e la loro nobil­tà di cuore la gente, le città e i paesi distrutti in Bosnia-Erzegovina.
Preghiamo Dio onnipotente di abbreviare i nostri giorni di pena e sofferenza. Possa Egli benedire il dolore di coloro che pazientemente e coraggiosamente lo hanno sopportato, affinchè ci sia una meritata pace per tutti.

 I Vescovi Croati della Croazia e della Bosnia-Erzegovina

 Zagabria, 7 ottobre 1992

inizio_pagina

Lettera dei Vescovi croati della Bosnia Erzegovina al Santo Padre

LA PROTEZIONE DEI DIRITTI UMANI NELL'AGGRESSIONE DELLA BOSNIA-ERZEGOVINA E' DI ESTREMA IMPORTANZA

Santo Padre,
tra le penose notizie che ogni giorno ci pervengono dai campi di battaglia e dai campi di concentramento della nostra infelice repubblica di Bosnia-Erzegovina, sentiamo notizie che lacerano i nostri cuori e confondono il nostro pensiero a causa dei frequenti episodi, senza precedenti, di umiliazione e di disumane mutilazioni nei confronti di civili indifesi. Abbiamo ricevuto la vostra lettera, Santo Padre, datata 12 novembre 1992, quale messaggio personale di verità, amore e incoraggiamento ma anche quale invito alla Giornata di Preghiera per la Pace in Europa. Tale invito era rivolto anche a noi vescovi della Bosnia Erzegovina per partecipare all'incontro inter-religioso ad Assisi.
Noi vescovi Croati della Bosnia-Erzegovina siamo stati sinceramente toc­cati dal Vostro amore e siamo grati per il vostro gesto pastorale che è stato espresso nel Vostro messaggio alle nostre regioni. Per più di un anno noi vesco­vi, uniti ai nostri preti, suore, clero e a tutti i nostri fedeli, abbiamo fortemente sperimentato l'interesse paterno della Vostra Santità per la nostra nazione e per tutte le persone che sono state espulse nella più crudele guerra balcanica. Que­sta iniziò come un attacco armato e continuò per opera di estremisti tra i nostri vicini Serbi che fino a poco tempo fa erano i nostri pacifici alleati ma che oggi sono divenuti nemici mortali.
Siamo molto legati a Vostra Santità, non solo per il Vostro messaggio di solidarietà, ma per tutti gli innumerevoli interventi sia pubblici che privati a livello diplomatico internazionale e per gli appelli umanitari che avete intrapreso per mezzo di vari uffici della Santa Sede in favore della nostra gente.
Noi non sappiamo perché questa tempesta di atrocità, condotta da questi gruppi armati composti da coloro che sono i nostri vicini da centinaia di anni, è continuata senza pietà contro i cattolici e mussulmani croati negli ultimi mesi. Questa è un'aggressione atroce che è estranea ad ogni civiltà umana e, a mag­gior ragione, ad una cosiddetta nazione cristiana che ha professato il Vangelo di pace e d'amore per secoli. Stime affidabili indicano che più di 200.000 persone, per lo più civili, sono state uccise nella guerra che ha devastato le regioni della Repubblica Croata e della Bosnia Erzegovina tra il 1991 e il 1992, circa mezzo milione sono state ferite, un milione vive in condizioni disperate senza acqua, cibo, senza un tetto sopra la testa, sotto assedio, mentre in pratica ci sono due milioni di profughi o rifugiati provenienti da dozzine e dozzine di città che sono state distrutte e da centinaia di villaggi bruciati. Innumerevoli chiese e moschee sono state demolite o danneggiate. Un vero "Abominio della desolazione" (Dn 9,27).
Sebbene delle organizzazioni internazionali, quali ad esempio il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l'Unione Europea e il Congresso sulla Sicurezza e Cooperazione Europea, annunciarono chiaramente chi fosse l'attaccante e l'invasore - Serbia e Montenegro e l'esercito della Jugoslavia, che porse le sue armi ai Serbo-Bosniaci - in pratica essi non fanno differenza tra la vittima e il criminale, tra l'attaccante e chi è stato attaccato.
E' difficile capire bene perché al giorno d'oggi, quando da una parte ci trovia­mo di fronte ai più alti livelli di sviluppo della cultura umana e sottolineiamo l'im­portanza dei diritti fondamentali dell'uomo in queste regioni, dall'altra nel mezzo dell'Europa civilizzata, le superpotenze restano di fatto indifferenti. Essi sono gli spettatori dello sterminio e del genocidio della gente croata e mussulmana e vergognosamente nessuna potenza mondiale può di fatto porre fine a ciò. Sia­mo realmente condannati ad un altro olocausto, al fatto che un Moloc razzista e irrazionale divora i nostri bambini, ragazzi, giovani fanciulle, mariti, mogli e usi il fuoco e la spada per strappare i nostri cuori da dove per sempre abbiamo con­diviso il bene e il male?
Questa è un'occasione per condannare l'uccisione di gente innocente in queste regioni, qualunque sia la parte innocente, e preghiamo Dio affinché per­doni le atrocità che sono state commesse, senza riguardo per chi le ha com­messe.
Siamo fermamente convinti che Dio Padre mandò suo Figlio in questo mon­do "a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzali, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, ... per dare (agli afflitti) una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell'abito da lutto, canto di lode invece di un cuore mesto" (Is 61,1.3) Inoltre noi crediamo che Dio stia facendo tutto ciò attraverso le persone che seguono il suo volere. Sia­mo coscienti che Vostra Santità non ha lasciato perdere una sola occasione per sostenerci moralmente e venire in aiuto della nostra stanca gente, sia con so­stegno morale che con il riconoscimento diplomatico e con un'assistenza mate­riale. Ci prendiamo la libertà di domandare a Voi, Santo Padre, di continuare ad essere con noi durante la nostra tragedia umana e ci appelliamo a quelle perso­ne responsabili a livello internazionale affinché questo spargimento di sangue abbia fine e migliori la consegna di aiuti umanitari in modo da sostenere la nostra gente sofferente alla quale è stato tolto tutto. Non sappiamo cosa sia più urgente o necessario: che finisca la guerra o che siano ristabilite delle condizioni di vita.
1. La nostra gente ha letteralmente bisogno di un tetto sopra la testa, di pane, vestiario, ma soprattutto ha bisogno che siano assicurati il diritto alla vita, al lavoro, alla terra, alla propria attività e campagna dove può vivere e guadagnare le risorse necessarie per un'esistenza. Siamo grati alla comunità internazionale per tutti gli aiuti umanitari che ci sono mandati con grande amore da tutto il mon­do e da varie organizzazioni. Questo aiuto è ancora molto più che necessario. Ma più di ciò abbiamo bisogno dì protezione internazionale dei nostri diritti umani contro questo aggressore disumano che ci sta derubando di tutto ciò che pos­sediamo e sta distruggendo le nostre vite.
2. Preghiamo Vostra Santità affinché, nei limiti delle possibilità, la Santa Sede tenti di convincere i governi delle superpotenze ad assumersi il compito e la responsabilità di tutto ciò che è prescritto in documenti internazionali con riguar­do al rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo, costringendo l'aggressore e l'usur-patore a permettere ai profughi di tornare nelle loro case senza tener conto di quelli che sono i limiti imposti dai confini di stato.
3. Non crediamo che questa aggressione possa essere risolta mediante l'uso di armi, anche se di tipo moderno e distribuite equamente da entrambe le parti.
Coloro che sono sconfitti in questa guerra, in particolar modo se sono stati condotti fuori dalle loro regioni, ricercheranno continuamente la vendetta e ciò non avrebbe fine. Allora noi saremmo solo in grado di aspettare che questo tipo di conflitti continui ad emergere nei Balcani, Inoltre siamo dell'idea che sia im­possibile restare con un atteggiamento pacifico a guardare le atrocità commes­se da una nazione armata fino ai denti mentre distrugge le sue innocenti vittime che non hanno alcuna colpa se non quella di essere un bersaglio vivente. Per questa ragione è della massima importanza che il nemico sia identificato e di­sarmato, nemico che per decine di anni ha preparato ed accumulato armi ed ora sta facendo cattivo uso di una quantità terrificante di potenziale militare in que­sto genocidio. Noi siamo testimoni del fatto che questo aggressore non può ve­nire disarmato mediante decisioni internazionali su carta che si stanno rapida­mente moltiplicando e stanno sconfinando nell'irresponsabilità di chi vuole na­scondere l'incapacità di decidere di fare qualcosa concretamente. In questa si­tuazione sono le superpotenze e i loro protettori o forze armate che sono re­sponsabili per il rispetto dei diritti umani nella comunità mondiale. E' dovere uma­no e morale della comunità internazionale e di coloro che hanno autorità fare questo che dimostra avere grande efficacia in altre parti del mondo. Siamo con­sci del fatto che la Bosnia Erzegovina non è, né economicamente né politica­mente, considerata essere tra le potenze mondiali. Tuttavia, nel nome della vita e della dignità di milioni di persone perseguitate e senza diritti, noi ci appelliamo al loro diritto alla vita e ad una coesistenza che dovrebbe stare al di sopra di ogni altro interesse.
Siamo grati a Vostra Santità per tutti i Vostri sforzi e atti a favore della nostra gente e in nome di tutto il nostro clero e dei nostri fedeli. Vi presentiamo, Santo Padre, i nostri migliori auguri per le feste natalizie così come per il nuovo anno 1993. Possa Cristo, il Re della pace per il mondo intero, arricchirLa con pace, "effetto della giustizia" (Is 32,17), e possa Egli realizzare i desideri del Vostro cuore.

 Sarajevo, 18 dicembre 1992 

Mons. VINKO PULJIĆ, Arcivescovo di Sarajevo
Mons. PAVAO ŽANIĆ, Vescovo di Mostar – Duvno
e amministratore apostolico della diocesi di Trebinje - Mrkan
Mons. FRANJO KOMARICA, Vescovo di Banja Luka
Mons. RATKO PERIĆ, Vescovo Ausiliare di Mostar - Duvno

  inizio_pagina

Auguri di Natale dei Vescovi Croati della Bosnia-Erzegovina

IN CRISTO HA UN SENSO IL MISTERO DEL DOLORE

Fratelli padri e cari fedeli!
Con il nostro credo cristiano e la speranza nel mistero del Natale che profes­siamo con le parole, "concepito per opera dello Spirito Santo e nato dalla Vergine Maria", vi offriamo i nostri cuori e le nostre mani augurandovi un buon periodo natalizio e che tutti i vostri giorni del 1993 siano colmi di misericordia, meritata pace e speranza. Questo mistero di salvezza porta con sé delle grandi Verità divine che non possono essere spiegate dalla ragione umana, anche se posso­no essere accettate se i nostri cuori lo desiderano.
Dio Padre, che è ricco di compassione nei confronti degli uomini afflitti, man­da il suo unico Figlio che diventa uomo, il Dio Bambino simile in tutto all'uomo tranne che nel peccato, in modo da poter innalzare il peccatore e portarlo alla salvezza. Dio fece ciò in un modo sorprendente e miracoloso tanto da confon­dere la nostra mente umana e i nostri sentimenti. Noi uomini abbiamo paura della povertà e la evitiamo mentre il Bambino divino, Gesù Cristo, è in realtà nato nella povertà e ha messo la povertà al primo posto delle Beatitudini del Regno di Dio (Mt 5,3). La gente disprezza la sofferenza e la morte quali affronto alla propria dignità mentre il Dio Bambino - il Figlio di Dio e dell'umanità attraverso la sua sofferenza e una croce piena di vergogna - mori tragicamente per risorgere dai morti e mostrare all'umanità la via della salvezza e offri loro una vita nuova nell'abbondanza.
Questo mistero del Natale iniziò con reali eventi storici. Con un potere che va di là da questo mondo Giuseppe, che aveva le sue origini nella stirpe di Davide, e Maria, che concepì per opera dello Spirito Santo e portò il Figlio nel suo ventre, sono stati costretti a viaggiare da Nazareth alla città di Davide di Betlemme per portare a compimento il loro dovere di cittadini; essere registrati nel censimento della popolazione. Avevano i cuori pieni di gioia perché stavano andando nella città del loro giusto e glorificato predecessore, il re Davide. La loro gioia fu ben presto tramutata in un incomprensibile dolore: arrivarono per incon­trare la loro gente ma non furono accettati. Con ciò loro non provarono il Natale e nemmeno la pace del Natale. Furono condotti da alcuni poveri pastori in una stalla sui prati di Betlemme sotto un cielo stellato.
Tuttavia andarono a trovarli molti pastori analfabeti ai quali era stata raccontata da un angelo la buona novella sulla miracolosa nascita del Salvatore del mondo. Più tardi furono raggiunti da alcuni uomini colti provenienti dall'Est: questi avevano seguito la stella della vita che lì aveva guidati fino alla famiglia di Betlemme. Fatta eccezione per questi auguri di Natale portati da un raggio di luce e da gioia umana, essi dovettero affrontare dei colpi spietati: la profezia di Simone che l'anima di Maria sarebbe stata trafitta da una spada - affinché lo scopo di molti cuori fosse svelato - l'uccisione di bambini innocenti a Betlemme e la fuga nella notte di Maria e Giuseppe con il Bambino Gesù verso l'Egitto, la terra dove i loro antenati una volta furono fatti schiavi. E Dio, che ha classificato anche il più piccolo degli atomi e ha organizzato in modo sapiente i più grandi movimenti nell'universo di una moltitudine di soli e stelle, sembrò essersi dimenticato di provvedere alla nascita di suo Figlio sulla terra. Ancora oggi noi siamo testimoni del miracolo del Natale.
La nostra santa storia e fede c'insegnano che, al termine di tutte le disgrazie terrene, la vittoria di Gesù con la Pasqua splendette sul peccato, su Satana e sulla morte stessa. Crediamo nelle parole di Gesù, per quelli che soffrirono con Lui e a causa di Lui, Lui sarà la loro vittoria e il loro premio.
Noi cristiani accettiamo la verità espressa nella gioia e nella speranza del Concilio (n.22): "II mistero dell'uomo diviene realmente chiaro solo nel mistero dell'incarnazione della Sua Parola .... Con Lui, attraverso di Lui l'enigma del do­lore e della morte tra gli uomini è risolto, cosa che senza il Vangelo invece ci distruggerebbe". Possa questo Verbo Incarnato, il Vangelo di Natale della vita e della pace, portare conforto e gioia in abbondanza a tutti coloro che credono nel Natale e che sperimentano il mistero del Natale nei loro cuori e sulla loro pelle.
- Buon Natale a voi, nostri fedeli e coraggiosi fratelli sacerdoti, monache e tutto il clero, che siete rimasti, durante questi terribili momenti di guerra, tra i fedeli che vi sono stati affidati per consolarli e attenuare le loro pene.
- Buon Natale a voi, padri e madri, che con il vostro pianto di dolore state sperimentando l'uccisione, nella nostra "Betlemme bosniaca", di bambini inno­centi, assassinati dagli Erode dei nostri giorni moderni! Il nostro Dio giusto e misericordioso saprà come punirli per le loro azioni!
- Buon Natale a voi, migliaia e decine di migliaia dì famiglie rifugiate, che vedrete questo Natale dai vostri campì profughi, nelle tende e nelle stalle in tutto il mondo, perché gli abitanti di Betlemme dei giorni nostri esitano molto ad acco­gliervi nelle loro case! Allo stesso tempo noi offriamo la nostra sincera gratitudi­ne a tutti coloro che vi hanno accolti come fratelli e vi hanno dato aiuto!
- Buon Natale alle migliaia e decine di migliaia di bambine, ragazze e donne che sono le vittime del disonore di questo genocidio, colpite nella loro dignità più profonda, e sono detenute in campi di concentramento sparsi in tutta la nostra imprigionata Bosnia-Erzegovina!
- Buon Natale a quelle rattristate famiglie che hanno perso i loro figli, padri e mariti in difesa del loro luogo natio. I nostri difensori sono morti affinché noi potessimo vivere. Un gran ringraziamento a loro e che Dio possa garantire alle loro anime pace eterna!
- Buon Natale a coloro di voi che non rispondono al male con altro male, o sperano d'essere validi costruttori di una giusta pace nel mezzo di una guerra sulla nostra sanguinosa e distrutta patria.
- Possa il mistero del Natale, del dolore, della sofferenza, della fame e della morte, che si sono moltiplicate tra le nostre famiglie di fedeli perseguitate e pro­fughe di guerra, essere trasformate in salvezza. Possa esso offrire a voi che restate libertà e sete di giusta pace. E possano la bontà e l'attenzione di Dio guidare, ancora una volta, tutti i nostri fratelli e sorelle, perseguitati e rifugiati, di ritorno nella loro patria proprio come la Sacra Famiglia una volta ritornò dal rifu­gio alla loro Nazareth e portò felicità e benedizione con la sua presenza e vita!

 Mons. VINKO PULJIĆ, Arcivescovo di Sarajevo
Mons. PAVAO ŽANIĆ, Vescovo di Mostar - Duvno
e amministratore apostolico della diocesi di Trebinje - Mrkan
Mons. FRANJO KOMARICA, Vescovo di Banja Luka
Mons. RATKO PERIĆ, Vescovo Ausiliare di Mostar - Duvno

  inizio_pagina

Dichiarazione-appello dei Vescovi della Bosnia-Erzegovina

PIÙ' DELLA META' DEI CATTOLICI DELLA BOSNIA - ERZEGOVINA ESPATRIATI

Siamo infinitamente grati al Santo Padre Giovanni Paolo II e alla Santa Sede per il gran sostegno durante questi due anni di guerra in Bosnia-Erzegovina. Ringraziarne il Papa per il riconoscimento diplomatico della Bosnia-Erzegovina, dove si trovano le nostre quattro diocesi, così come per la nomina del nunzio pontificio, Mons. Francesco Monterisi. Questo fatto rappresenta l'attenzione per­sonale del Papa per la Chiesa cattolica in queste regioni che, quale parte della Chiesa croata, ha qui una storia di oltre 1000 anni.
Offriamo la nostra fraterna gratitudine ai membri della Conferenza Episcopa­le Croata che espressero la posizione della Chiesa in relazione ai conflitti della guerra nelle regioni della Bosnia-Erzegovina, non solo nell'ottobre del 1992 quan­do noi eravamo tutti a Zagabria, ma di nuovo nel giugno del 1993 quando solo un membro della nostra provincia ecclesiastica poté essere presente. Essi prese­ro una posizione per porre fine alla guerra e per il rispetto dei diritti umani e religiosi dei cattolici croati e degli altri cittadini, condannando allo stesso tempo ogni atto deplorevole, qualsiasi fosse l'autore.
Siamo grati anche ad altre Conferenze Episcopali e ai singoli vescovi del mondo che si sono esposti per cercare di fermare le sofferenze della guerra e stabilire una giusta pace nell'intera regione della Bosnia-Erzegovina.
Sebbene non ci sia stata mancanza di buona volontà e ci siano stati nume­rosi appelli da parte di molte istituzioni ecclesiali, in patria e nel mondo, per fer­mare la peggior forma di devastazione bellica e "pulizia etnica", dobbiamo tutta­via asserire, con gran pena, che più della metà dell'intera popolazione cattolica delle nostre diocesi è stata colpita o minacciata da questa guerra.
- Nell'Arcidiocesi di Vrhbosna, che consiste all'incirca di 500.000 cattolici in 144 parrocchie, la guerra ha colpito direttamente quasi 350.000 fedeli che sono stati scacciati dalle loro parrocchie assieme ai loro pastori: quasi 100 parrocchie sono state occupate dai Serbi o dalle armate dei mussulmani. La maggior parte sono state distrutte.
Tutti e tre i seminari (uno più piccolo francescano a Visoko e due più grandi, uno diocesano e l'altro francescano, a Sarajevo) furono costretti a continuare i loro programmi in Croazia lo scorso anno. I rimanenti fedeli cattolici, per lo più croati, devono far fronte all'espulsione o all'annientamento.
- La diocesi di Banja Luka, che consiste in 120.000 cattolici in 47 parrocchie sta sperimentando un destino simile. Circa 40 parrocchie sono sotto il con­trollo dei Serbi mentre due sono sotto l'autorità mussulmana; sfortunatamen­te in alcune di esse non è rimasto neanche un cattolico.
Sebbene non ci siano stati dei veri e propri conflitti bellici in questa regione, più della metà dei cattolici sono stati costretti a lasciare le loro parrocchie. Più del 40% delle chiese e degli edifici ecclesiastici sono stati totalmente distrutti mentre un altro 50% sono stati danneggiati almeno lievemente. La popolazio­ne cattolica croata continua ad essere costretta ad allontanarsi dai loro anti­chi focolari nonostante le autorità locali affermino che questa non è una con­seguenza di disposizioni ufficiali delle autorità politiche.
- Le diocesi in Erzegovina, Mostar - Duvno e Trebinje - Mrkan, con circa 210.000 cattolici in 81 parrocchie, si ritrovano con quasi 30.000 cattolici in esilio mentre una ventina di parrocchie sono state occupate dalle forze milita­ri serbe o mussulmane e devono costantemente fronteggiare uno sbarra­mento di fuoco da entrambe le parti.
Ancora una volta facciamo appello a tutti coloro che, all'interno del Paese e nel mondo, possono ulteriormente impegnarsi per cercare una giusta soluzione per la vita attuale e futura di tutte le popolazioni della Bosnia-Erzegovina. Speri­mentando in questo conflitto ogni forma di sofferenza e di dolore, in nome di tutti i perseguitati, i profughi e la gente risistemata di queste regioni e soprattutto dei nostri fedeli cattolici, noi domandiamo e facciamo appelli per quanto segue:
- per fermare questo spargimento di sangue, l'uccisione di gente innocente e la distruzione delle proprietà;
- per permettere urgentemente a chi è defunto d'essere sepolto secondo la pro­pria tradizione e credo religioso;
- per rilasciare immediatamente tutti gli innocenti detenuti nei campi di concen­tramento;
- per permettere ai profughi e ai rifugiati di ritornare nelle loro case;
- per assicurare una consegna tranquilla degli aiuti umanitari a tutti coloro che ne hanno bisogno.
Noi ci appelliamo a tutti coloro che credono nel Maestro della storia e nel Re della pace affinché si uniscano a noi nella preghiera a Dio Onnipotente perché possa abbreviare i nostri giorni d'esilio e possa concederci una vita piena di pace e gioia nella nostra provincia ecclesiastica, all'interno della Bosnia-Erze­govina, assieme alle altre genti che abitano questa regione.

Mostar, 2 agosto 1993

 

Mons. VINKO PULJIĆ, Arcivescovo di Sarajevo, metropolitano
Mons. FRANJO KOMARICA, Vescovo di Banja Luka
Mons. RATKO PERIĆ, Vescovo di Mostar - Duvno

  inizio_pagina

Messaggio dei Vescovi della Bosnia-Erzegovina alla gente locale e del mondo

"NON POSSIAMO ESSERE D'ACCORDO CON LA PERDITA DI PIÙ DELLA META' DELLA CHIESA CATTOLICA ORGANIZZATA IN BOSNIA-ERZEGOVINA''

Dal Sinodo dei Vescovi in Zagabria del 1/9/93, noi vescovi della metropoli di Vrhbosna, con gratitudine a Dio per la misericordia con la quale ci conforta in tutte le nostre miserie, inviamo questo messaggio all'intero clero, diocesano e reli­gioso, come pure a tutti i fedeli affidati alla nostra cura pastorale e a tutte le persone di buona volontà.
Gli orribili eventi della guerra nelle regioni della Bosnia-Erzegovina cui appartengono la diocesi di Vrhbosna, Banja Luka, Mestar e Trebinje, ci porta a sperimentare, con tutto il nostro essere, la verità della preghiera alla Vergine Maria, la madre della misericordia, verso la quale preghiamo ogni giorno "a Te ricorriamo, esuli figli di Eva, a Te sospiriamo gementi e piangenti". Lei, che speri­mentò anche l'esilio su questa terra e che soffri, infonde in noi la speranza di Dio per la vita e per la pace.
In questi giorni sono stati fatti degli sforzi per la pace e per il ristabilimento dell'ordine politico in Bosnia-Erzegovina sotto forma di federazione di tre repub­bliche.
Per questo motivo il 28/08/93 si costituì la repubblica Croata di Bosnia-Erzegovina. Come vescovi cattolici delle diocesi di Bosnia-Erzegovina sottolineiamo che, conformemente al Vangelo, la missione della Chiesa è di annunciare la salvezza e la pace di Cristo a tutti gli uomini di queste regioni senza limiti di confini. Noi ci rallegriamo di tutte le risoluzioni che vogliono proteggere gli uomini e i popoli nei loro diritti umani, religiosi ed etnici. Siamo profondamente turbati dal frastuono degli eventi che ci portano alla conclusione che la demarcazione a tavolino delle repubbliche potrebbe provocare nuovi fermenti, violente rivendicazioni e depurazioni etniche che sarebbero contrarie alla legge di Dio ed a qualsiasi forma di giustizia umana. Con questa ipotesi non possiamo accon­sentire alla possibile perdita di più della metà delle comunità cattoliche organiz­zate delle nostre diocesi all'interno della storica ed attuale regione della Bosnia-Erzegovina. Il prestigio di un uomo o di una nazione non può basarsi sull'oppres­sione della dignità umana né sul calpestare i diritti umani fondamentali di altri uomini o nazioni. Uno di questi diritti fondamentali è il diritto di vivere su questa nostra antica terra.
Con rammarico e disapprovazione noi affermiamo che numerose fonti d'informazione internazionali e nazionali hanno mostrato, specialmente di recente, in modo semplicistico e tendenzioso, le varie calamità e atrocità della guerra in Bosnia-Erzegovina.
Il riportare le cose in questo modo è servito purtroppo solo a fomentare gli animi piuttosto che a calmare l'attuale tragica situazione!
Noi chiaramente sottolineiamo che in questa circostanza di guerra non approviamo, senza una preventiva consultazione dei Vescovi, il trasferimento di un individuo da una religione all'altra. E' nostro dovere mettere in guardia tutti su questi trasferimenti che portano a questioni legali e mettono in discussione la validità della Chiesa se non sono intrapresi con una preparazione particolare, con gradualità, con completa libertà e consapevolezza.
Stando così le cose, rifiutiamo decisamente ogni decisione, anche se que­sta passa per un'autorità civile o altro, che in qualche modo costituisca un'inter­ferenza con il libero arbitrio d'ogni uomo.
Ringraziarne sinceramente tutti coloro che hanno espresso da lontano la loro umanità e ospitalità cristiana nei confronti dei nostri rifugiati politici, profughi e compaesani. Ci appelliamo ferventemente ai nostri fratelli cattolici, in patria e all'estero, affinchè aprano i loro cuori e le loro case ancora di più nei confronti dei rifugiati politici e delle persone oppresse della Bosnia-Erzegovina, credendo fer­mamente che Dio, Giudice del bene e del male, ci giudicherà dal modo con cui ci comporteremo nei confronti degli affamati, degli ammalati e di coloro che hanno perso ogni diritto.
Ancora una volta invitiamo tutti i nostri sacerdoti e fedeli ad una preghiera sempre più sincera a Dio per la pace di tutti gli uomini e di tutti i popoli all'interno della Bosnia-Erzegovina e chiediamo la benedizione di Dio per voi tutti.

  inizio_pagina

Comunicato dei Vescovi cattolici della Repubblica Croata e della Bosnia-Erzegovina

I CATTOLICI SONO DISPOSTI E CAPACI DI VERA COESISTENZA

1. Il nostro dovere pastorale ci unisce a tutte le persone che soffrono. Per questo ancora una volta cogliamo l'occasione di questo incontro per discutere del futuro di centinaia di migliaia di persone interessate dalla guerra in Croazia e Bosnia-Erzegovina. Attacchi terroristici continuano ancora in alcune regioni del­la Croazia. Civili vengono feriti e uccisi, città e villaggi vengono distrutti. I resi­denti in queste città non hanno né elettricità né acqua. Sebbene la Croazia sia stata riconosciuta a livello internazionale entro i suoi attuali confini, ci sono an­cora zone occupate e dalle quali gli ultimi cittadini Croati rimasti vengono espul­si! Della moltitudine di profughi politici non uno è stato in grado di tornare a casa propria, anche se distrutta. Di fatto, circa 130 parrocchie in Croazia non posso­no essere raggiunte dai loro pastori. Queste parrocchie esistono teoricamente perché tutti i loro abitanti (assieme con i loro sacerdoti) sono stati scacciati e le loro chiese distrutte.
Ciò nonostante abbiamo concentrato la nostra attenzione sulla posizione della Chiesa cattolica in Bosnia-Erzegovina. In qualche area della Bosnia, la Chiesa si trova di fronte alla totale estinzione.
2. Le conseguenze della guerra in Bosnia-Erzegovina sono sentite special­mente dall'Arcidiocesi di Vrhbosna e dalla diocesi di Banja Luka anche se alla diocesi di Mestar - Duvno non è andata molto meglio. Degli 830.000 Cattolici, più della metà sono stati espulsi dalla loro terra. La maggior parte degli edifici eccle­siastici sono stai distrutti o danneggiati. Sta continuando lo sterminio e la distru­zione di ogni cosa che remotamente richiama al cattolicesimo. Questo sta acca­dendo non solo in quelle regioni direttamente interessate dagli scontri bellici ma in quelle regioni dove non ci sono affatto battaglie. Un esempio per tutti è il caso della diocesi di Banja Luka.
3. Le scelte politiche che si possono trovare con l'assistenza dei politici eu­ropei ed internazionali devono tener maggiormente presente i diritti naturali e storici di ogni uomo, inclusi i cattolici, cosicché tutti siano messi in grado di rima­nere nelle proprie case. Le diocesi cattoliche della Bosnia-Erzegovina hanno rappresentato in queste regioni una durevole, organizzata ed attiva presenza della Chiesa cattolica per più di 1000 anni.
4. Noi alziamo ancora una volta decisamente le nostre voci unite contro tutte le forme di atrocità e di violenze nei confronti della popolazione cattolica nella Bosnia-Erzegovina così come nei confronti di qualsiasi altro gruppo religioso o etnico.
Non possiamo accettare una qualsiasi soluzione politica in merito del futuro del paese sofferente. Questo legalizzerebbe la distruzione di più di metà dei fedeli, delle proprietà della Chiesa Cattolica e del popolo Croato nella repubblica della Bosnia-Erzegovina. Questo provocherebbe la chiusura di due diocesi e della parte più grande di una delle più vaste Arcidiocesi in questa parte d'Euro­pa. Noi chiediamo una protezione più efficace della nostra vita e la possibilità per i nostri profughi politici di ritornare con la garanzia che i diritti e la libertà, che ora sono stati negati alla popolazione cattolica nella repubblica, vengano ristabiliti.
5. Siamo profondamente grati al Santo Padre Giovanni Paolo II e alla Santa Sede per il loro durevole supporto e azione a proposito della difficile situazione in Bosnia-Erzegovina e per i loro instancabili sforzi per fermare la guerra e rista­bilire la pace per tutti i residenti in questo paese internazionalmente riconosciuto. Ringraziarne i nostri fratelli dell'episcopato che, come rappresentanti di varie organizzazioni caritative ed umanitarie, hanno dimostrato la loro benevolenza e mandato aiuto per tentare di alleviare la situazione drammatica in cui si trovava­no i Cattolici e altri popoli in Croazia e in Bosnia-Erzegovina.
6. tuttavia dobbiamo affermare con rammarico e protestare decisamente contro tutti i superficiali, inattendibili e infondati rapporti delle varie fonti dei media - qualcuna anche di matrice cattolica - che sembrano essere più al servizio della macchina propagandistica piuttosto che della verità e della giustizia. Molti sono stati ingannevolmente condotti a false conclusioni circa la vera situazione in Croazia e Bosnia-Erzegovina.
7. Ancora una volta chiaramente, proclamiamo che i fedeli Cattolici vogliono vivere con i loro vicini in pace e con rispetto per tutti i membri delle altre religioni e di gruppi etnici. Questo deve essere tenuto in considerazione da tutti coloro che tentano di trovare una soluzione politica a questa crisi.
Qualsiasi cosa chiediamo per i membri della Chiesa Cattolica nei territori della Croazia e Bosnia-Erzegovina lo chiediamo anche per tutti gli altri popoli che vivono in queste regioni, patria comune di tutti noi.
Mentre continuiamo a pregare per la pace assieme al nostro popolo soffe­rente, ai nostri sacerdoti e alle nostre suore, chiediamo, a tutti quelli che portano pace e giustizia nei loro cuori, di unirsi a noi nelle nostre preghiere.

Spalato, 15 ottobre 1993

 Card. Franjo Kuharić, Arcivescovo di Zagabria, Metropolita,
Mons. Vinko Puljić, Arcivescovo di Sarajevo, Metropolita

  inizio_pagina

Comunicato dei Vescovi dalla Regione Ecclesiastica di Vrhbosna

IL DIRITTO UMANO DI VIVERE E DI COESISTERE

I vescovi del Sinodo della Bosnia-Erzegovina si sono incontrati al Collegio Divinity della diocesi di Vrhbosna che temporaneamente è situato nel monaste­ro domenicano di Bol nell'isola di Brač in occasione dell'ordinazione dei diaconi, futuri candidati al sacerdozio, con la provvidenza e la benedizione di Dio e della Santa Sede.
Due giorni fa apprendemmo la notizia che il nostro professore e il direttore del Collegio Divinity, Dr. Pero Sudar, è stato nominato vescovo ausiliare di Vrhbosna. Con quest'atto il Santo Padre ha dimostrato ancora una volta la sua cura pastorale e il suo amore paterno verso la Chiesa di Vrhbosna. Noi vescovi diocesani, riconoscendo questa nomina un gran dono, offriamo il nostro più fra­terno benvenuto al più giovane membro del Sinodo.
La pesante tragedia del popolo cattolico croato in Bosnia-Erzegovina conti­nua ancora e in quest'area la gente si trova in una condizione ancor più disuma­na. In qualche area del paese, invece della cessazione di quest'orribile spargi­mento di sangue, continuano ad avvenire, perfino con più violenza, uccisioni di gente innocente, distruzioni di città, di villaggi, di proprietà della Chiesa e di mo­numenti culturali. La violenta pulizia etnica, che sradica la gente dai loro antichi focolari, sta continuando in una drammatica normalità.
C'è ancora un numero consistente di persone uccise che non sono state sepolte o i cui corpi galleggiano nei fiumi della Bosnia. I prigionieri di guerra sono ancora rinchiusi in campi di concentramento e tenuti in condizioni disumane invece di essere regolarmente processati e rilasciati qualora non esistano pro­ve della loro colpevolezza. Detenuti innocenti vivono ancora in condizioni disu­mane nonostante i quotidiani accordi e le promesse che questa situazione cam­bierà. Non siamo a conoscenza di un solo "caso" in cui l'autorità locale ha per­messo ad un rifugiato o profugo polìtico di tornare a casa. Ogni giorno siamo testimoni di misure disumane prese per evitare l'invio di generi di prima necessi­tà alla popolazione civile.
Condanniamo tutte le ingiustizie e azioni disumane commesse durante que­sta guerra. Nel nome della legge di Dio e della dignità umana condanniamo, senza distinzione d'etnia o di schieramento politico, ogni metodo o azione che privi un uomo o un popolo dei suoi diritti: espulsione di civili, pulizia etnica, geno­cidio, distruzione di luoghi sacri. Noi, rappresentanti delle diocesi di Vrhbosna, di Banja Luka, di Mestar - Duvno e di Trebinje - Mrkanj, non siamo d'accordo con una ridefinizione dei confini ecclesiastici consolidati ormai da secoli né di can­cellare la nostra regione ecclesiastica senza la preventiva approvazione del nostro clero cattolico e dei nostri fedeli che sono stati per secoli una presenza costitutiva in Bosnia-Erzegovina. Condanniamo il pregiudizio dei media in que­sta guerra, qualsiasi manipolazione che può nuocere alla verità e alla giustizia e le intenzioni dei cronisti di fomentare l'odio e la vendetta. Siamo profondamente rattristati e delusi per l'inefficacia degli strumenti della politica internazionale a fermare quest'orribile strage e pulizia etnica in Bosnia-Erzegovina. E' possibile che le forze politiche e militari internazionali, con il potere e la responsabilità di proteggere i diritti umani nella comunità mondiale, siano solo capaci di emettere secche risoluzioni, di tenere conferenze di pace senza successo e possano tentennare sul fatto dell'annientamento dei diritti umani, della libertà e della vita stessa?
Una volta ancora, nel nome della dignità di milioni di persone senza diritti, le cui vite sono minacciate in queste regioni, chiediamo che i loro diritti umani fon­damentali, di vivere e di coesistere, siano messi davanti a ogni qualsiasi altro possibile interesse o calcolo. Una volta ancora alziamo le nostre voci e doman­diamo alle organizzazioni internazionali come il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, l'UNPROFOR, l'UNHCR, l'ICRC ed altri che investighino oggettivamente e si documentino riguardo ai massacri senza limiti, agli autori, a tutti i tentativi di pulizia etnica, ai campi di concentramento nei quali civili sono stati tenuti e tortu­rati e specialmente a quei campi dove le umiliazioni delle donne hanno assunto proporzioni inaudite. Noi cattolici siamo consci che questa è la passione di Cri­sto, la via che dobbiamo seguire nella nostra vita. Cristo stesso c'invitò a non essere causa di dolore e di sofferenza per gli altri ma a curare e a lenire ogni pena fisica e spirituale che può esistere in noi e nelle vite dei nostri cari.
Nell'avvicinarsi della nascita di Cristo, il Re della pace, noi invitiamo tutti i nostri sacerdoti, suore, religiosi e tutto il popolo di Dio ad unirsi a noi nella pre­ghiera. Possa la Sua pace governare i nostri cuori, il nostro paese e il mondo.

 Bol, Isola di Brač, 29 novembre 1993

 Mons. VINKO PULJIĆ, Arcivescovo di Sarajevo, metropolitano
Mons. FRANJO KOMARICA, Vescovo di Banja Luka
Mons. RATKO PERIĆ, Vescovo di Mostar - Duvno
Mons. PERO SUDAR neo Vescovo Ausiliare di Vrhbosna

  inizio_pagina

Messaggio di Natale dei vescovi della Regione Ecclesiastica di Vrhbosna

I DEPORTATI E GLI UMILIATI ASPETTANO I GIORNI DELLA TOTALE LIBERTÀ

Fratelli sacerdoti, suore, religiosi, nostri cari fedeli e tutti voi che siete stati deportati o dentro le nostre diocesi o fuori di queste, la benedizione e la pace di Dio siano con voi!
Camminando nel periodo dell'Avvento arriviamo alla nostra cara solennità del Natale. Quest'anno, come l'altro anno, celebriamo il Natale in una situazione e in un clima di guerra. Stiamo rivivendo il destino della Sacra Famiglia, esiliata, sperimentando il loro dolore perché anche noi, come la Sacra Famiglia non trovò una stanza a Betlemme in cui stare con il Re appena nato, il Figlio di Dio, siamo stati privati del diritto di stare nelle nostre case e nella nostra patria. Nonostante fosse venuto liberamente e fosse diventato uomo perché l'uomo nella sua digni­tà lo potesse riconoscere e vivere nell'amicizia di Dio, ancora non lo presero dentro casa.
Questo importante evento - il Figlio di Dio divenuto uno di noi, uno per tutti - è quello che noi, come credenti, desideriamo celebrare ancora una volta quest'anno. Non vogliamo che le nostre anime si abbattano ma con l'aiuto del gran­de dono di Dio, il piccolo debole Dio Bambino, verso il quale ci inchiniamo, desi­deriamo risollevarci dal nostro dolore, dalla nostra solitudine e dalla nostra pe­sante realtà per sperimentare che Dio è vicino a noi e che Egli è come noi. Sappiamo che è difficile dire parole dì conforto mentre così tante persone soffro­no, mentre continuiamo ad essere testimoni di così tanto spargimento di san­gue, di così tante lacrime amare. Ma mentre celebriamo la venuta del Salvatore di tutti gli uomini, durante questa gioiosa occasione del Natale, non ci sentiamo abbandonati ma piuttosto come se Dio stesso fosse con noi. Egli ci incoraggia, ci dà la forza e ci conforta. La certezza della nostra fede nel Dio che fatto carne è per noi motivo di conforto. Vi invitiamo perciò, mentre celebriamo il Natale, a rivivere una volta ancora l'esperienza di Dio mentre stiamo soffrendo a causa della nostra povertà e delle ferite nel corpo e nello spirito.
Guardando al mistero della Santa Famiglia che fuggiva dalle mani del male sentiamo la vicinanza di Dio, perché Egli stesso visse come noi una vita di esilio e di sofferenza.
Nella Bibbia leggiamo che Erode predisse una fine terribile ma la Sacra Famiglia scappò dalla sua mano sanguinaria verso un paese straniero e successi­vamente ritornò alla propria casa. Come membri della grande famiglia di Dio, la Chiesa, sappiamo dalla sua lunga storia che tutti i persecutori della Famiglia di Dio, prima o poi, caddero e andarono in rovina mentre gli innocenti, famiglie di umiliati ed esiliati, vissero per vedere la libertà e la pace.
Noi invitiamo alla speranza e incoraggiamo tutti i nostri sacerdoti che hanno dovuto lasciare le loro parrocchie con i loro fedeli: li invitiamo a trovare una fonte di conforto nel mistero del Natale e a cercare di mantenere un senso dì unità fra i fedeli a loro affidati, sparpagliali in esilio sulla terra, o scrivendo o visitandoli personalmente. Preghiamo Dio con fervore perché finiscano le calamità il prima possibile e che ognuno sia messo in grado di ristabilire il proprio diritto, di ritorna­re al proprio focolare.
La comunità internazionale ha proclamato il 1994 l'anno della Famiglia presentando l'esempio della Sacra Famiglia e della Chiesa.
Invitiamo i nostri cari confratelli affinché, assieme, possano aiutare le molte famiglie che hanno perso i contatti con i propri cari a ristabilire al più presto questi rapporti fondamentali per la vita ed il futuro di tutta la nostra comunità. Un'attenzione particolare va a quelle famiglie che hanno sperimentato un gran­de vuoto per la perdita dei propri cari affinché, nello spirito del Dio incarnato, possano trovare per la loro vita una nuova fonte d'amore, di pace e di abbondan­za. Mentre questa guerra sta distruggendo ogni cosa sulla sua strada, perfino la nostra morale cristiana, rinnoviamo la nostra coscienza e la nostra responsabi­lità nel perseguire sempre e ovunque i valori della nostra fede.
Noi ci appelliamo alle autorità locali e a tutti i cristiani del mondo affinchè vivano fedelmente la loro responsabilità ed abbiano cura d'ogni uomo cosicché ognuno possa accorgersi dei suoi diritti fondamentali e delle sue libertà che furono a lui garantite da Dio stesso nell'Incarnazione.
Mostrando la nostra vicinanza ai pastori, desideriamo specialmente far per­venire i nostri auguri e la nostra benedizione su i vostri cari figli a cui non è stata concessa "un'infanzia di pace". Desideriamo questo anche per voi, cari giovani, invitandovi a rendere grazie per questa luce di Dio affinché, con i suoi raggi, possiate costruire un futuro più felice. Inviarne la nostra benedizione e i nostri auguri ai vostri cari genitori che stanno vivendo questa guerra in modo similare alla Sacra Famiglia, prendendosi cura e avendo paura per i propri figli. A tutti coloro le cui anime e i cui corpi sono stati feriti, auguriamo che questo Natale possa essere conforto e rimedio.
Vi mandiamo la nostra benedizione e gli auguri, fratelli sacerdoti, perché nonostante la pressione che state sperimentando, rimaniate fedeli alla vostra vo­cazione sacerdotale; e anche voi care sorelle e religiosi, possiate continuare a vivere per essere un'immagine di povertà e benedizione proprio come il Bambi­no del Natale.
Possiate voi tutti passare un Santo Natale!
Possa la venuta del Natale di quest'anno essere una benedizione per l'anno nuovo; l'anno della famiglia - dono di Dio - sarà un anno di pace e di un futuro più felice.
Vi giungano i nostri auguri; invochiamo la benedizione di Dio su di voi.

Bol, Avvento 1993 

I vostri Vescovi
Mons. VINKO PULJIĆ, Arcivescovo di Sarajevo, metropolitano
Mons. FRANJO KOMARICA, Vescovo di Banja Luka
Mons. RATKO PERIĆ, Vescovo di Mostar - Duvno
Mons. PERO SUDAR neo Vescovo Ausiliare di Vrhbosna

  inizio_pagina

Appello dei Vescovi in occasione della consacrazione di un nuovo Vescovo a Sarajevo

"QUESTA GUERRA E' UN'ACCUSA CONTRO LA CIVILTÀ MODERNA"

Oggi è la festa dell'Epifania in cui la Chiesa celebra la proclamazione di Dio Salvatore, di tutti gli uomini e di tutti i popoli. Dio è amore. Dio desidera splendere su tutti gli uomini con la sua verità, il suo amore e fa sua grazia.
Siamo riuniti qui a Sarajevo, il centro della diocesi di Vrhbosna, in occasione dell'ordinazione del nostro nuovo vescovo ausiliare, Mons. Dr. Pero Sudar. Nessun'altra nomina a vescovo nella storia moderna è stata condotta in simili circo­stanze. Durante la celebrazione liturgica potevamo sentire l'esplosione e i colpi di mortaio che spietatamente da due anni piovono sulla nostra città. La città è senza cibo, elettricità, acqua come molte altre città in Bosnia. I residenti di que­sta città vivono i loro giorni e le loro notti con la minaccia di morte in ogni momen­to. Questo è lo scenario nel quale stiamo celebrando la consacrazione del Ve­scovo Ausiliare dell'Arcidiocesi di Vrhbosna.
Sperimentiamo personalmente le disgrazie alle quali si sono trovate di fronte sia Sarajevo che la Bosnia-Erzegovina. Una volta ancora noi vescovi ci riunia­mo qui per alzare la nostra voce da questa città lacerata per un drammatico appello al mondo. Questa guerra, non ancora finita, che sta costando sempre più vite, moltiplicando i feriti, aumentando il numero dei profughi e di coloro che sono cacciati dai propri focolari, non è solo una disgrazia ma piuttosto un'accu­sa contro la civiltà moderna che non sembra trovare una soluzione per fermarla e assicurare la pace a quelli che soffrono, indipendentemente dall'etnia o dalla religione. La conseguenza della lotta tra Serbi, Musulmani e Croati è la distruzio­ne della Bosnia-Erzegovina! La pace non può essere imposta con la forza da quelli che sono più potenti, né dalla difesa di interessi particolari e nemmeno un diritto privilegiato per i più forti. La pace giusta è quella che garantisce ad ogni individuo la dignità, la libertà e la sicurezza. La giusta pace armonizza le relazio­ni tra le varie nazioni e stati affinchè l'essere umano sia l'interesse primario di coloro che sono responsabili del destino di tutti questi popoli.
Per questo motivo e a nome della Chiesa che rappresentiamo, inoltriamo un deciso invito a tutti i politici, a tutti i partecipanti ai negoziati e a tutti i comandanti militari ad essere consapevoli di come i loro nomi vengono scritti nelle pagine della storia dell'umanità e della civiltà Europea. Accettiamo il diritto inalienabile di tutti gli esseri umani e di tutte le nazioni a vivere in pace o affermiamo invece che il potere e la forza determineranno la giustizia?
La Chiesa ha la forza morale di illuminare le menti e le coscienze degli uomi­ni con i principi della giustizia, della verità e dell'amore affinché il rispetto dei diritti e della dignità umana diventi il criterio per tutte le scelte e le decisioni.
Affidiamo questo messaggio a tutti coloro che credono in Dio Onnipotente ed Eterno che sarà giudice di tutte le coscienze e di tutta la storia. Inoltriamo questo invito anche a tutte le persone di buona volontà affinché usino la propria fede per far fronte energicamente a questa guerra che sta causando un dolore indescrivibile a migliaia di famiglie. Invitati da Giovanni Paolo II, ci uniamo anche noi alla preghiera del 23 gennaio, quando l'intera Chiesa pregherà assieme a tutte le persone di buona volontà per la pace in queste regioni e in tutto il mondo. Vogliamo accettare anche l'invito a digiunare con lo stesso intento.
Desideriamo inoltre cogliere l'occasione per inviare i nostri auguri di Natale e le nostre preghiere ai nostri fratelli ortodossi, affinché Gesù Cristo, nato dalla Vergine Maria, garantisca pace, ma pace giusta, libertà e amore per tutte le genti e per tutte le nazioni.
Preghiamo assieme perché il 1994 possa veramente essere un anno di riconciliazione e di pace e perché le condizioni di sicurezza possano guarire le ferite causate dalla guerra.
Invochiamo la protezione e l'amore di Dio per ogni uomo.

Sarajevo, 6 gennaio 1994

 Cardinale FRANJO KUHARIĆ, Arcivescovo e Metropolita di Zagabria
Mons. VINKO PULJIĆ, Arcivescovo di Vrhbosna
Mons. FRANJO KOMARICA, Vescovo di Banja Luka
Mons. ĆIRIL KOS, Vescovo di Đakovo - Srijem

  inizio_pagina

Appello dei Vescovi cattolici della Repubblica croata e della Repubblica di Bosnia-Erzegovina

"LE ISTITUZIONI INTERNAZIONALI DEVONO PROTEGGERE L'INDIPENDENZA E LA LIBERTÀ' DI OGNI STATO RICONOSCIUTO A LIVELLO INTERNAZIONALE"

Noi vescovi della Repubblica Croata e vescovi della Repubblica della Bo­snia- Erzegovina presenti all'incontro di Zagabria il 26/01/94, ancora una volta ci appelliamo urgentemente a tutti i popoli in favore di tutte le vittime della violenza che sono sotto assedio (nelle città che sono diventate di fallo campi di concen­tramento) e che vivono senza cibo o medicine, senza libertà di movimento e sono costantemente minacciate di morte. E' un tentativo di risvegliare le co­scienze di tutte le persone di buona volontà e specialmente la coscienza dei responsabili della politica, affinché usino le loro risorse in difesa dei diritti umani di centinaia di migliaia di famiglie.
Prima di tutto desideriamo ringraziare il Santo Padre Giovanni Paolo II dal profondo del cuore per il suo appello all'intera Chiesa cattolica ed a tutte le per­sone dì buona volontà a digiunare e a pregare per la pace nei Balcani, o meglio, nella Bosnia-Erzegovina così come in Croazia.
Tutti i Suoi appelli e tutti i suoi sforzi, che puntano a fermare questa guerra imposta dì aggressioni e di invasioni, meritano il nostro più profondo rispetto e la nostra eterna gratitudine. Doniamo amore in cambio d'amore a favore di tutte le vittime per le quali il Papa prega con altruistico amore.
Ringraziamo calorosamente tutti i vescovi della Chiesa Cattolica, tutti i sa­cerdoti, le suore e i religiosi, come anche i fedeli e i membri di altri gruppi religio­si, che sono riuniti in questo digiuno e preghiera per la pace nel nostro paese. Ringraziamo sinceramente tutti i nostri benefattori che ci hanno così generosa­mente e continuamente assistito con la propria solidarietà ed hanno partecipato alla nostra sofferenza e a quella delle vittime dell'ingiustizia raccogliendo ed in­viando aiuti umanitari attraverso varie istituzioni caritative e umanitarie e perfino attraverso iniziative private. Purtroppo la violenza è cosi crudele che perfino questi aiuti umanitari non possono essere spediti regolarmente a quelli che ne hanno più bisogno, cosicché questi si sentono abbandonati, lasciati in balia dei più forti e quindi dimenticati. Le strade per gli aiuti umanitari verso tutta quella gente che necessita di aiuto per salvare la propria vita devono essere aperte, protette e rese sicure con tutti i mezzi necessari per prevenire qualsiasi attacco violento che ostruisca le strade, permetta i saccheggi e distrugga i convogli.
E' un fatto risaputo che, in qualche città della Bosnia centrale e in Sarajevo stesso, la gente stia morendo di fame, talvolta intere famiglie.
Non possiamo fingerci sordi di fronte alle grida di disperazione e di aiuto che sono state ricevute dai nostri sacerdoti nelle città della Bosnia centrale nelle quali la maggioranza della popolazione è cattolica. Il fatto è che in questa parte dell'Europa, alla fine del XX secolo, le diocesi di Sarajevo e Banja Luka sono di fronte alla totale estinzione insieme con i loro seicentomila cattolici croati. Parte­cipiamo alle sofferenze di ciascuna persona e famiglia, indipendentemente dall'etnia o dalla religione, E' tempo di una decisa presa di posizione e di fermare la violenza che sta devastando centinaia di migliaia dì civili innocenti: bambini, don­ne, anziani, disabili e ammalati, così come i feriti ai quali non è concesso nem­meno la minima assistenza medica. La guerra che fu imposta alla Croazia circa tre anni fa e che sta ora infuriando in Bosnia-Erzegovina (un altro paese ricono­sciuto a livello internazionale) è una grande atrocità contro tutti i diritti umani; di questa sono responsabili non solo coloro che si sono imbarcati in questa avventura a causa dei loro fini egoistici ma anche tutti quelli che in un modo o nell'altro favoriscono queste azioni, disdegnando metodi legali disponibili per fer­mare gli orrori.
Nessuno potrà scusare se stesso, né davanti a Dio né davanti alla storia, per non aver fermato la violenza quando sì poteva o si era obbligati a farlo.
"L'Europa sta morendo nei Balcani". Le Nazioni Unite sono inefficaci in que­ste regioni. La civiltà europea è stata macchiata e non ci si può porre rimedio in questa parte dell'Europa. Guerriglieri armati dettano legge, uccidono, distruggo­no, cacciano via la gente dalle loro case e fanno pulizia etnica in queste regioni per i propri interessi. È permesso loro fare tutto ciò senza dover rispondere a nessuno, contando sul sostegno prudente di alcune forze che in realtà li stanno proteggendo.
Commercianti di armi navigano nella ricchezza; il mercato nero si avvantag­gia; sangue umano e lacrime sono merci di scambio.
Dove c'è il potere della forza a dettare le regole, i deboli sono di gran lunga quelli che stanno peggio e non ci si può aspettare che difendano se stessi. In queste circostanze è comprensibile che nella loro disperazione anche queste persone possano diventare violente, specialmente se sono costantemente espo­ste alla violenza che nega loro i diritti e il rispetto della dignità umana. Anche in questi casi le atrocità non possono essere permesse e condanniamo ogni crimi­ne a prescindere da chi lo commette.
La catena del male deve essere rotta con mezzi legali nel tentativo di assi­curare dignità e diritto ad una vita libera e sicura per ciascun essere umano nella sua casa, nella sua patria, nella sua comunità sia etnica che religiosa.
Per questo motivo consideriamo nostro dovere inoltrare nuovamente un ap­pello davvero drammatico a tutto il mondo per raccogliere la forza tra la gente di buona volontà e in particolare per risvegliare le coscienze delle istituzioni inter­nazionali e di tutte le autorità per una giusta pace in modo che questo spargi­mento di sangue abbia fine.
Il Papa Giovanni Paolo II ci sta mettendo in guardia dall'alto della sua autorità morale e ci invita a proteggere questa gente dall'ingiustizia e dalla violenza. Noi ci uniamo alla sua voce e speriamo che non sia voce di uno che grida nel deser­to. Questo deserto è rappresentato dallo stato di torpore delle nostre coscienze, dal potere degli interessi egoistici dei forti a spese dei più deboli.
Giustamente noi ci aspettiamo dalle comunità internazionali, responsabili della libertà e dei diritti in Europa e nel mondo, che esse proteggano e assicurino ad ogni essere umano tutti i diritti fondamentali, l'indipendenza e la libertà all'interno dei confini di ogni nazione riconosciuta a livello internazionale, ed il ritorno di tutti i rifugiati e i profughi ai loro focolari, diritto inalienabile di tutti gli uomini. Le istitu­zioni internazionali sono tenute a tener sotto controllo la situazione in modo che siano rispettati i diritti e le libertà per le minoranze, come lo sono nelle altre nazioni.
Non vogliamo, a causa del nostro silenzio, che le nostre coscienze siano ritenute responsabili nemmeno per una sola goccia di sangue umano o per una singola lacrima di coloro che sono perseguitati, privati dei loro diritti, senza aiuto, senza protezione e che sono stati lasciati alla mercé di questa ingiusta violenza.
Invitiamo i nostri fratelli nella fede a continuare a pregare con fervore per la giustizia e la pace! Senza odio e desiderio di vendetta essi vivono la loro fiducia e la loro fede in Dio misericordioso per illuminare ogni cuore e ogni coscienza, in modo da essere disponibili davanti a Dio e al prossimo al perdono, alla riconcilia­zione e alla giustizia.
Noi riponiamo la nostra fiducia nella protezione della Santa Madre di Dio!
Abbiamo parlato, ancora una volta in qualità di vescovi della Chiesa croata, obbedendo ai valori fondamentali della nostra fede; abbiamo parlato dal profon­do del nostro cuore a sostegno del bene non solo per la nostra gente ma per il bene di ciascun uomo, senza distinzione di etnia o di religione. Parliamo per la nostra fede in Dio, Creatore e Salvatore di tutti gli uomini.
Dobbiamo tuttavia esprimere il nostro più profondo rammarico perché alcuni potenti canali d'informazione, o per la mancanza di un informazione oggettiva o perché influenzati da particolari posizioni politiche, non forniscono un'analisi oggettiva di tutte le cause e gli elementi di questo tragico conflitto in Croazia e in Bosnia-Erzegovina: stanno commettendo un'ingiustizia nei confronti della veri­tà. Ciò affligge in modo particolare le vittime di tutta questa violenza.
Verità e giustizia sono inseparabili.
Queste sono le condizioni principali per una giusta pace di tutte le genti, nazioni e paesi. Questa pace deve essere creata, protetta, mantenuta. Una pace che non riesca a rimediare all'ingiustizia e che non riconosca gli effetti della violenza non sarebbe né giusta né duratura. Una politica che non aderisca ai principi di una giusta pace per tutte le genti e tutte le nazioni non sarebbe umana e non aiuterebbe a raggiungere la pace.
"Effetto della giustizia sarà la pace". (Is. 32,17)

 Zagabria, 26 gennaio 1994

 Cardinale FRANJO KUHARIĆ, Arcivescovo di Zagabria, Metropolita
Mons. ANTE JURIĆ, Arcivescovo di Spalato, Metropolita
Mons. VINKO PULJIĆ, Arcivescovo di Vrhbosna
Mons. ANTUN TAMARUT, Arcivescovo di Fiume - Senj, Metropolita
Mons. MARKO CULEJ, nominato Vescovo Ausiliare dì Zagabria
Mons. JURAJ JEZERINAC, Vescovo Ausiliare di Zagabria
Mons. JOSIP BOZANIĆ, Vescovo di Krk
Mons. FRANJO KOMARICA, Vescovo di Banja Luka
Mons. ĆIRIL KOS, Vescovo di Đakovo - Srijem
Mons. SLAVOMIR MIKLOVŠ, vescovo di Križevci
Mons. ŽELIMIR PULJIĆ, Vescovo di Dubrovnik
Mons. SLOBODAN ŠTAMBUK, Vescovo di Hvar
Mons. ĐURO KOKŠA, Vescovo Ausiliare di Zagabria
Mons. IVAN PRENĐA, Arcivescovo Coadiutore di Zara
Mons. MARIN SRAKIĆ, Vescovo Ausiliare di Đakovo

  inizio_pagina

Appello dei Vescovi della Regione Ecclesiastica di Vrhbosna

UCCISIONI CON ARMI E FAME

Noi vescovi dell'Arcidiocesi di Sarajevo e delle Diocesi di Banja Luka, Mostar - Duvno e Trebinje siamo grati alla provvidenza di Dio che ci ha permesso di incontrarci a Banja Luka fra 11 e il 13 febbraio di quest'anno. Come in altri incon­tri che si sono tenuti lo scorso anno, in agosto a Mestar, in settembre a Zagabria, in novembre a Bol, a Sarajevo nel gennaio di quest'anno e ancora al Sinodo delle diocesi della Regione Ecclesiastica di Vrhbosna, abbiamo considerato con preoccupazione e speranza il destino delle nostre Chiese, il destino dei Croati e degli altri cattolici in Bosnia Erzegovina. Ancora una volta indichiamo i principi fondamentali sui quali deve essere basata qualsiasi soluzione alla drammatica situazione delle regioni delle nostre diocesi e richiamiamo ognuno a trovare la motivazione per continuare a tentare di prevenire i mali della guerra.
1. Siamo coscienti delle radici che legano i cattolici e i croati da tredici secoli al territorio della Bosnia Erzegovina, territorio sul quale i nostri fedeli e il clero hanno fermamente mantenuto la loro fede nel Vangelo di Cristo e sono rimasti devoti alla Santa Sede di Roma. In tutta la storia della nostra Chiesa cattolica in queste regioni siamo stati guardati con sospetto, perseguitati, distrutti e uccisi proprio come il nostro fondatore Cristo Signore. Durante alcuni periodi il numero dei fedeli scese fino ad alcune decine di migliaia.
Comunque, malgrado tutto questo, la chiesa riuscì a sollevarsi ogni volta come Cristo Risorto, e con il Suo aiuto realizzò un rinnovamento e rifiorì nello Spirito di Dio.
2. In questo momento particolare la Chiesa incontra una serie di prove pre­gne di sofferenza e di speranza. In questi ultimi anni e specialmente negli ultimi mesi abbiamo vissuto, con profonda preoccupazione e partecipazione, un dram­ma cruento assieme ai fedeli che sono stati espulsi, come i nostri preti, le nostre suore e i nostri religiosi. Le nostre chiese, i nostri monasteri, i nostri conventi sono stati distrutti. I nostri bambini, le donne e gli anziani sono stati uccisi con le armi e con la fame. Tutti i Croati cattolici superstiti sono stati completamente sradicati da tutte le città. Tuttavia noi non perdiamo la nostra speranza evangeli­ca: Dio Onnipotente userà la sua misericordia e la sua giustizia per guarire i feriti, per risollevare le rovine e risuscitare i defunti.
3. Non è nostro compito, come rappresentanti della Chiesa, quello di trovare soluzioni per la politica interna della Bosnia-Erzegovina.
Nel rispetto della struttura storica delle nostre diocesi nella Regione Eccle­siastica di Vrhbosna - che per la maggior parte coincidono con i confini storici della Bosnia-Erzegovina che furono riconosciuti dalla Santa Sede e da tutto il mondo - noi siamo aperti a qualsiasi ragionevole soluzione politica che comporti una situazione di giustizia e di rispetto dei diritti. Ancora una volta sottolineiamo l'urgenza di fermare l'assurda distruzione che questa guerra ha portato e di assicurare ogni diritto civile e umano: libertà ed uguaglianza fra tutte tre le etnie nelle regioni della Bosnia-Erzegovina, termine delle espulsioni, permesso ai pro­fughi di tornare ai propri affetti e la fornitura indisturbata di aiuti umanitari per coloro che sono in pericolo di vita.
4. Ci appelliamo ai rappresentanti politici Croati in Bosnia Erzegovina affinchè si facciano carico, in questi momenti decisivi, di adottare dei provvedimenti per assicurare i sopraccitati diritti in tutta la Croazia e di trovare assieme una solu­zione politica salvaguardando, al contempo, l'unità nazionale.
Mentre auspichiamo che coloro che hanno perso i diritti siano reintegrati dei loro diritti umani e della loro dignità al più presto, invitiamo i nostri fedeli a pregare Dio Onnipotente perché Lui possa accorciare i nostri giorni di dramma e soffe­renza. Che il Signore ci conceda la Sua misericordia, una giusta pace e una completa rinascita.

 Banja Luka, 13 febbraio 1994

 Mons. Vinko Puljić, arcivescovo di Vrhbosna e Metropolita
Mons. Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka
Mons. Ratko Perić, vescovo di Mostar - Duvno e Amministratore di Trebinje - Mrkan

  inizio_pagina

Comunicato-Appello dei vescovi della Bosnia Erzegovina ai sacerdoti, ai fedeli, e alle popolazioni internazionali

PER L'EFFETTIVA ATTUAZIONE DEGLI ACCORDI RAGGIUNTI

1. Con l'accordo di Washington del 18 marzo 1994 sulla soluzione politica alla crisi in Bosnia-Erzegovina fu stabilita una federazione tra i musulmani e i croati per porre fine alle attività di guerra nelle regioni controllate dai musulmani e dai croati e per permettere una fornitura più regolare degli aiuti umanitari dei quali la popolazione aveva urgentemente bisogno.
Noi esprimiamo il nostro appoggio a qualsiasi accordo che conduca ad una pace giusta e duratura nell'intero stato, intenzionalmente riconosciuto, della Bosnia-Erzegovina.
Facciamo appello a tutte le autorità politiche affinchè ricerchino saggiamente, accettino ragionevolmente e attivino decisamente e concretamente l'accor­do raggiunto per il bene di tutta la gente che vive in queste regioni.
Richiamiamo ancore una volta i fedeli ad una preghiera umile e duratura affinché, attraverso la misericordia di Dio, sia loro data sufficiente luce per trova­re e attuare la miglior soluzione possibile per l'instaurarsi di una pace giusta in Bosnia-Erzegovina.
2. Purtroppo, per ora, il sopra citato accordo divide le nostre diocesi in due regioni: una sotto il controllo croato-musulmano, l'altra sotto la supervisione dei serbo-bosniaci. Affermiamo con dolore che decine di migliaia di musulmani e croati sono fuggiti o sono stati espulsi dalle regioni controllate dai serbi mentre quelli che, nonostante le difficoltà, non vogliono lasciare i loro affetti e sono rima­sti là subiscono una grave discriminazione e una continua minaccia di pulizia etnica. Questo coinvolge la vita di oltre il 40% dei fedeli dell'Arcidiocesi di Vrhbosna, all'incirca i'80% della diocesi di Banja Luka e circa metà delle diocesi di Mostar - Duvno e Trebinje, cosa che noi, come vescovi di queste diocesi e della Chiesa Cattolica, non possiamo accettare.
3. Ancora una volta alziamo le nostre voci in difesa dei fondamentali diritti umani e civili, non solo per i fedeli cattolici ma per tutti quelli che sono stati privali dei loro diritti nelle zone delle nostre diocesi. Siamo particolarmente dolenti per le molteplici discriminazioni che stanno continuando nella grande area della Dio­cesi di Banja Luka contro la popolazione non serba e chiediamo che vengano immediatamente fermate. Chiediamo alle autorità di quella zona che attuino delle misure efficaci e puntuali per porre fine ad ogni forma di discriminazione e d'in­giustizia nei confronti della popolazione cattolica. Ci aspettiamo inoltre che i rap­presentanti della popolazione croata in Bosnia-Erzegovina e nella Repubblica Croata s'impegnino sempre più affinchè il diritto venga ripristinato.
4. In quelle regioni della Bosnia Erzegovina dove è possibile il ritorno dei profughi chiediamo alle autorità competenti:
- dì assicurare il loro libero ritorno a casa;
- di rendere effettivamente sicura la fornitura e la giusta distribuzione degli aiuti umanitari alla parte della popolazione più a rischio;
- di cominciare la ricostruzione e, tramite questo, di creare le condizioni per l'occupazione, permettendo così alla gente di mantenere le proprie famiglie;
- che gli elementi influenti (autorità civili, mezzi di comunicazione, guide religiose, persone di cultura) siano più decisi nel creare un clima favorevole nel quale sarà possibile guarire, con successo, le profonde ferite fisiche e psicologiche della guerra.
Sappiamo che molti cattolici che sono stati espulsi o sono fuggiti dalle regio­ni controllate dai serbi in Bosnia Erzegovina vogliono tornare pacificamente alle loro case. Chiediamo alle autorità serbe e a quelle internazionali di permettere questo il più presto possibile.
5. Ringraziamo ancora una volta i nostri sacerdoti e le nostre suore che sono rimasti con eroica fatica, a rischio delle proprie vite, a fianco dei fedeli loro affidati, nutrendoli con cibo concreto e cibo spirituale, proteggendoli, motivando­li, sollevandoli dal deserto creato da questa orribile guerra piena di peccato e di veleno.
Li invitiamo ad inchinarsi alla forza dello Spirito Santo e a perseverare nella fede in Cristo e nella Sua Chiesa alla quale sono così necessari.
6. Ringraziamo i membri della Conferenza Episcopale Croata e delle altre Conferenze Episcopali di tutto il mondo per l'amore e la solidarietà con cui han­no guardato la nostra sofferenza, hanno instancabilmente dato speranza alla gente, si sono uniti a noi e hanno mandato aiuti umanitari e per i loro sforzi a sostegno di una giusta pace nella nostra patria. Preghiamo affinché non ci di­mentichino in futuro.
7. Raccomandiamo ai nostri sacerdoti, alle nostre suore, a tutti i religiosi, alla gente da Dio affidata alla loro cura pastorale, a tutte le persone di buona volontà e ai nostri amici e benefattori di accettare l'Amore di Dio e la protezione della Santa Vergine Maria, Madre della Chiesa e Regina della pace.

Bol, isola di Brač, 6 maggio 1994

 Mons. Vinko Puljić, Arcivescovo di Vrhbosna e Metropolita
Mons. Franjo Komarica, Vescovo di Banja Luka
Mons. Ratko Perić, Vescovo di Mostar - Duvno e Amministratore di Trebinje - Mrkan
Mons. Pero Sudar, Vescovo ausiliare di Vrhbosna

  inizio_pagina

Comunicato stampa da parte dei Vescovi dalla Regione Ecclesiastica di Vrhbosna

L'IMPOSSIBILITA' DELLA VISITA DEL PAPA E' UN DOLOROSO EVENTO IN UNA SERIE DI MOLTI ALTRI

Durante il periodo del loro pellegrinaggio "ad limina Apostolarum" nel gennaio 1993, i vescovi cattolici della Bosnia Erzegovina mandarono a Papa Giovanni Paolo II un invito a visitare Sarajevo, centro delle diocesi della Bosnia-Erzegovina e una delle città simbolo dell'orrore della guerra che infuriò in questo paese. Nel marzo del 1994 la Santa Sede invitò l'Arcivescovo di Vrhbosna, Mons. Vinko Puljić, in Vaticano al fine di discutere dettagliatamente sulla possibilità di una effettiva visita del Papa a Sarajevo. Se la salute l'avesse assistito il Papa avreb­be realizzato un pellegrinaggio pastorale nel giugno scorso. Allo stesso tempo la Santa Sede avvisò l'Arcivescovo che il pellegrinaggio era stato spostato a tem­pi migliori. All'inizio di agosto una delegazione speciale della Santa Sede venne a Sarajevo per valutare le condizioni attuali per un possibile pellegrinaggio del Santo Padre che, fu confermato più tardi, avrebbe dovuto aver luogo l'8 settem­bre, la festa della Natività della Vergine Maria. Nella seconda metà d'agosto fu mandato dal Vaticano un programma per la visita di un giorno del Papa a Sa­rajevo. Il nunzio del Papa per la Bosnia Erzegovina, l'arcivescovo Francesco Monterisi, venne a Sarajevo all'inizio di settembre per occuparsi direttamente dell'organizzazione del viaggio del Papa. Anche se notizie dal Vaticano riporta­rono che il Papa aveva dichiarato che il "suo cuore era a Sarajevo" mentre la sua visita "era nelle mani di Dio", un annuncio ufficiale fu rimandato a quando sarebbe stata presa una decisione certa mentre a Sarajevo i preparativi conti­nuavano intensamente. La speranza nella visita del Papa cresceva, giorno dopo giorno, fra i cattolici di questa città e di questo paese. La gente, comunque, era già colma di disappunto per il fallimento degli accordi sulla cessazione delle ostilità, dei programmi e degli accordi politici per fermare la guerra e stabilire una pace giusta e duratura. I vescovi suffraganei, Mons. Franjo Komarica di Banja Luka e Mons. Ratko Perić di Mostar, vennero a Sarajevo il 6 settembre su invito dell'Arcivescovo. Lo stesso giorno alle 17.00, il segretario di stato della Santa Sede avvisò il Nunzio Apostolico che la visita del Papa era stata spostata, non cancellata.
La notizia fu resa pubblica alle ore 19.00. 
Il periodo dei preparativi per la visita del Papa, anche se breve e in circostan­ze di guerra, mise in risalto tutta la gente di buona volontà e tutti coloro ai quali interessava una pace giusta, così come mostrò quanto il Santo Padre deside­rasse visitare Sarajevo. Sulla base delle vantazioni della Santa Sede, visto che la sicurezza non poteva essere garantita dalle forze delle Nazioni Unite e ciò poteva condurre allo spargimento di sangue di gente innocente, la visita del Papa in questa città dalle ormai morenti speranze in una pace sicura, fu sposta­ta per la seconda volta.
L'impossibilità del pellegrinaggio del Papa richiamò l'attenzione del mondo sulla tragedia di questa città e della Bosnia Erzegovina nel suo insieme, una tragedia che è stata guardata con incredibile indifferenza verso la sofferenza di gente innocente e verso le garanzie di assicurare la dignità dell'uomo. L'impossi­bilità dì questo pellegrinaggio è solo un altro appello, un altro richiamo alla co­scienza degli uomini, specialmente di quelli che hanno iniziato e continuano questa guerra, così come di quelli responsabili della pace, affinché permettano alla po­polazione di Sarajevo, come a quella dell'intera Bosnia Erzegovina di uscire finalmente da questo orrore disumano. L'impossibilità della visita del Papa è un evento doloroso in mezzo a molti altri.
I cattolici di Sarajevo e di tutto il nostro paese erano spiritualmente preparati e, "nel loro cuore", potevano già vedere il Santo Padre in mezzo a loro a Sarajevo. Loro lo vedevano come il loro portatore di luce, il loro portatore di pace nell'ambiente buio della guerra del nostro tempo.
Tuttavia noi nutriamo ancora una forte fede nel nostro grande Dio che tiene nelle Sue mani la sorte della visita del Papa a Sarajevo, così come quella delle nostre stesse vite. Ci benedirà con la Sua grazia e permetterà che i progetti del Papa siano realizzati. Questo è il desiderio fervente di tutti i nostri vescovi, sa­cerdoti, religiosi, suore e di tutta la Chiesa cattolica in Bosnia Erzegovina. Chia­miamo tutti i fedeli a continuare con le loro preghiere affinché Dio voglia che le parole del Papa, "Non siete abbandonati. Siamo con voi e lo saremo ancora di più", si realizzino non solo nello spirito ma nella realtà con l'effettiva presenza del Papa a Sarajevo. 

Sarajevo, 6 settembre 1994

 Mons. VINKO PULJIĆ, Arcivescovo di Sarajevo, metropolitano
Mons. FRANJO KOMARICA, Vescovo di Banja Luka
Mons. RATKO PERIĆ, Vescovo di Mostar - Duvno e Amministratore di Trebinje - Mrkan
Mons. PERO SUDAR neo Vescovo Ausiliare di Vrhbosna

  inizio_pagina

Drammatico appello dei vescovi cattolici della Repubblica di Bosnia-Erzegovina

NON  POSSIAMO  ACCETTARE  DI  DOVER SCOMPARIRE

Noi, vescovi cattolici delle diocesi della Regione Ecclesiastica di Vrhbosna in Bosnia-Erzegovina, insieme con l'Arcivescovo di Sarajevo VINKO PULJIĆ ed il suo Ausiliare PERO SUDAR, il vescovo di Banja Luka FRANJO KOMARICA, il vescovo di Mostar - Duvno e l'amministratore apostolico di Trebinje - Mrkan RATKO PERIĆ, riuniti a Roma in occasione della nomina a Cardinale dell'arci­vescovo di Vrhbosna, inviarne ancora una volta un accorato appello a tutta la Chiesa cattolica e all'opinione pubblica mondiale affinché venga fermata la tra­gedia di questa guerra che dura da tre anni e affinché le regioni delle nostre diocesi possano tornare a vivere in pace.
1. La Chiesa cattolica, che è profondamente radicata nella popolazione croata fin dal suo insediamento nella Bosnia Erzegovina avvenuta più di 13 secoli fa, ha conosciuto in tutta la sua storia molte crescite e cadute. Durante l'Impero Ottomano, nella metà del quindicesimo secolo, in Bosnia Erzegovina l'89% della popolazione era cattolica. Da allora il numero dei croati cattolici è calato conti­nuamente o a causa della persecuzione turca, o per la venuta dei serbi o per altri motivi politici ed economici. Nel 1991 solo il 18% della popolazione in Bosnia Erzegovina era cattolico.
2. Nell'autunno del 1991 fummo colpiti improvvisamente da una guerra di aggressione contro alcune città croate nel sud-est dell'Erzegovina mentre nella primavera del 1992 la Bosnia fu attaccata dall'esercito Jugoslavo che nel frat­tempo era diventato l'esercito serbo. L'orribile pulizia etnica, il genocidio e le va­rie forme di violenza, compreso lo stupro vergognoso di migliaia di donne, co­strinse una moltitudine di non-serbi a fuggire in esilio e a trovare riparo all'estero mentre il resto delle nostre diocesi si ritrovò confinato in un'area equivalente a meno del 30% del territorio della Bosnia-Erzegovina. Considerando il fatto che eravamo minacciati da un'invasione, in una guerra territoriale diretta all'annien­tamento della popolazione non-serba e alla distruzione della sua identità etnica e culturale, e che era improbabile che le cose sarebbero tornate come prima, siamo stati, nostro malgrado, testimoni di conflitti armati fra i croati e i mussulmani in alcune parti del nostro paese. Questo conflitto ha approfondito ferite che esistevano precedentemente e ha fatto crescere le ripercussioni negative sulla popolazione. L’accordo di Washington del 18 marzo 1994 pose fine a questo cruento conflitto ma non è riuscito ad instaurare la fiducia tra le due popolazione ed un clima di coesistenza sano e produttivo.
3. Le ripercussioni di questa cruento conflitto etnico sono più che sconvol­genti per la chiesa cattolica di Bosnia-Erzegovina che fin dall'inizio ha difeso puntualmente i principi e i diritti etnici di ogni popolo e di ogni nazione. Dei 830.000 cattolici in Bosnia-Erzegovina ora ne rimangono solo la metà.
- Due terzi dei croati cattolici sono stati espulsi dall'Arcidiocesi di Sarajevo assieme ai loro parroci. Prima della guerra c'erano più di 520.000 cattolici. Di 144 parrocchie 90 sono senza fedeli, parroci e chiese. Tre parroci sono stati uccisi.
- La diocesi di Banja Luka era formata da circa 120.000 cattolici che tentaro­no in tutti i modi di evitare ogni forma di conflitto. Più di due terzi dei fedeli sono stati espulsi. Delle 47 parrocchie solo otto sono in condizioni di opera­re normalmente. Tre sacerdoti diocesani sono stati uccisi.
- Nella diocesi di Mostar - Duvno, di 180.000 cattolici quasi 20.000 sono in esilio. Delle 66 parrocchie, 9 sono totalmente o parzialmente occupate sen­za che ci sia una prospettiva che i parrocchiani possano farvi ritorno nell'immediato futuro.
Dei 17.000 fedeli nella diocesi di Trebinje ne rimangono solo 4.000 e delle sue 15 parrocchie 6 sono occupate o sono situate in prima linea.
In due diocesi dell'Erzegovina ci sono più di 50.000 profughi provenenti dalla Bosnia centrale. Alcuni vivono in condizioni davvero insopportabili.
4. La guerra di aggressione in Bosnia Erzegovina sta continuando ancora. Ma proprio a partire dai loro interessi le varie forze politiche mondiali - il Consi­glio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l'Unione Europea e gli Stati Uniti - attraver­so i vari "progetti di pace", compresa la più recente iniziativa del "Gruppo di Contatto", hanno manifestato la loro mentalità che va dall'indifferenza umana e morale alla sottomissione politica o addirittura all'aperto appoggio a questo pro­getto disumano dell'aggressore. Sembra ora che tutti siano d'accordo su queste cose senza senso e sull'oppressione dei principi etnici, dei diritti umani, nazio­nali, religiosi e delle libertà civili.
5. Noi, vescovi della Chiesa cattolica in Bosnia Erzegovina, sappiamo che ci sono stati numerosi croati che attraverso i secoli turbolenti hanno contribuito con la loro sofferenza alla crescita e all'edificazione spirituale della Chiesa, cor­po di Cristo, e che spesso sono stati oggetto di ingiustizia. Tuttavia non possiamo accettare che oggi, sotto gli occhi di tutto il mondo civilizzato, dobbiamo essere completamente disintegrati e spazzati via dalla nostra patria. Perciò fac­ciamo appello alle Conferenze Episcopali di tutta Europa e di tutto il mondo perché mandino nelle nostre diocesi rappresentanti che possano rendersi conto della verità, delle reali condizioni ambientali e dell'urgenza dei nostri appelli. Chiedia­mo loro inoltre di far pressione sui propri governi affinché la Bosnia-Erzegovina, internazionalmente riconosciuta, sia salvaguardata come uno stato a tutti gli effetti e che:
- la pulizia etnica nelle regioni della Bosnia Erzegovina non sia legalizzata ma impedita;
- i diritti umani non siano considerati alla mercé del potere di qualcuno in guerra;
- a tutti i profughi sia permesso di fare ritorno alle loro case nel pieno riconoscimento della loro identità umana, etnica e religiosa.
6. Anche se affamati, scalzi, nudi, perseguitati, umiliati e quindi nella neces­sità di ogni forma di aiuto materiale, ai membri della Chiesa cattolica e alla comu­nità internazionale chiediamo prima di tutto di trattarci come persone e uomini di fede ai quali spettano i fondamentali diritti umani e religiosi e la certezza che questi siano assicurati per tutti. 

(Questo appello fu rilasciato a Roma, il 30 novembre 1994, per conto dei vescovi delle diocesi della Regione Ecclesiastica di Vrhbosna e firmato dal cardinale Vinko Puljić, metropolita).

  inizio_pagina

Dichiarazione della prima sessione della Conferenza Episcopale della Bosnia-Erzegovina

"SIAMO PROFONDAMENTE RATTRISTATI DALLA NEGLIGENZA DELLA COMUNITÀ' POLITICA INTERNAZIONALE"

Durante la prima sessione della Conferenza dei vescovi della Bosnia Erzegovina, tenutasi dal 27 al 29 di gennaio 1995 a Mostar, i vescovi pubblicarono la seguente dichiarazione.
1. Consideriamo significativo che Giovanni Paolo II, durante una messa a favore della chiesa in Bosnia Erzegovina, specialmente in questi difficili momen­ti, abbia approvato l'organizzazione della conferenza dei vescovi della Bosnia Erzegovina attraverso la Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli e su richiesta dei Vescovi delle nostre diocesi. Con questa dichiarazione vogliamo ringraziare una volta ancora il Santo Padre e la Santa Sede per questa decisio­ne che ci ha aiutati a rafforzare ancora di più l'unità dei fedeli, preti e vescovi cattolici nel nostro paese. Noi vescovi, anche di fronte alla aggressione della Bosnia Erzegovina, così come durante questa guerra, abbiamo dimostrato la nostra unità e determinazione per mezzo del Sinodo dei Vescovi della Regione Ecclesiastica di Vrhbosna attraverso il seminario che fummo costretti a trasferi­re da Sarajevo a Bol e con i nostri notiziari "Vrhbosna". Abbiamo, altresì, dovuto affrontare spesso le difficoltà dovute alla guerra, all'isolamento a livello naziona­le e locale che non ci hanno permesso una normale comunicazione.
2. Con gratitudine abbiamo ricevuto, il 26 di gennaio, una lettera dal presiden­te della Conferenza dei vescovi Croati, Card. Franjo Kuharić, Arcivescovo di Zagabria, il quale scrisse tra le altre cose: "Saremo con voi nella ricerca di una soluzione ai problemi pastorali nell'ambito delle leggi della chiesa e delle racco­mandazioni della Santa Sede. La chiesa Croata rimane una anche se guidata da due conferenze vescovili e dispersa in due diversi paesi, internazionalmente riconosciuti''. Noi puntualizziamo che tenteremo di agire in seno ai popoli Croati con un cuore solo per il bene della chiesa alla quale noi apparteniamo, in co­scienza, per la nostra storia, col linguaggio e con lo spirito. In accordo con la conferenza dei vescovi Croati e su suggerimento della Santa Sede noi li soster­remo come due soggetti ecclesiastici legali, con il livello più alto di cooperazio­ne, fedeltà e unità.
3. Le 4 Diocesi cattoliche in BE: Vrhbosna - Sarajevo, Banja Luka, Mostar - Duvno e Trebinje - Mrkan stanno sperimentando il loro Calvario di sangue. A par­te la suddivisione dei loro territori in varie nazioni, lacerate dalla guerra ed occu­pate da macchinari bellici, gli stessi centri diocesani sono prova evidente della tragedia che è capitata ai nostri tempi:
Oggi Sarajevo compie il millesimo giorno di assedio nemico. A Banja Luka, specialmente nelle ultime settimane, si sta compiendo una forma di terrore an­cora più perfida, con espulsioni e pulizia etnica, su quello che rimane della popo­lazione non serba. Mostar è divisa in due parti. Trebinje è inaccessibile per il suo amministratore episcopale. Malgrado tutto questo siamo grati a Dio di poter or­ganizzare la prima seduta della Conferenza dei nostri Vescovi nella città di Mostar.

4. Ringraziamo tutti i cattolici del mondo, le varie conferenze vescovili, specialmente quelle che hanno espresso recentemente la loro solidarietà, la loro vicinanza e la loro assistenza umanitaria e apprezziamo gli sforzi dei vari gover­ni per una pace duratura in questa regione. Chiediamo che non dimentichino la nostra gente che soffre, coloro che sono stati deportati, i loro bisogni e diritti umani. Ci sono delle aree della BE dove i cattolici hanno potuto rimanere per l'unica ragione dell'intervento della chiesa perché, sfortunatamente, le altre isti­tuzioni sono state ridimensionate o si sono estraniate dalla realtà.
5. La tragedia che la nostra gente cattolica e Croata sta affrontando si capi­sce considerando che più della metà della nostra popolazione (più di 400.000) sono stati costretti a fuggire dai loro antichi luoghi e non ci sono prospettive per un loro ritorno in tempi prevedibili. Vediamo quanto sono oscure le nubi per gli allontanati e per quanti sono rimasti. La carità e l'aiuto umanitario inviato dalla buona gente del mondo sono in vano se non ci vengono garantiti i diritti umani e civili alla libertà e alla possibilità di vivere e lavorare nella nostra città, nei villaggi e nelle città della Bosnia-Erzegovina. Non ha importanza se siamo affamati o sazi, quando il nostro aggressore ha sentenziato la nostra morte e ci sta esilian­do ogni giorno, se non sterminando. Siamo profondamente rattristati dagli errori intollerabili commessi dalla comunità politica internazionale che permette che questa aggressione continui e che la "forza" sia la legge. Siamo profondamente rattristati dall'indifferenza che mostra verso i popoli che soffrono realmente in­giustizie enormi, violenze, distruzioni, esilio e massacri. Si inginocchia davanti ai "forti" e pone continue condizioni ai "deboli"! Impallidendo chiediamo se è possibile che gli interessi politici ed il prestigio siano più importanti dell'uomo stesso, della gente e nazioni che senza colpa propria devono affrontare lo ster­minio e l'estinzione dopo un'esistenza lunga di secoli con una loro eredità nazio­nale, fede religiosa e una cultura aperta a tutti.
6. Siamo molto grati a molte persone, famiglie, istituzioni, specialmente istituzioni statali della Repubblica Croata che hanno accettato migliaia e migliaia di rifugiati del nostro paese. Siamo coscienti che centinaia di migliaia di rifugiati sono un grande peso. Allo stesso modo chiediamo che siano tolleranti in futuro e abbiano sufficiente comprensione da aiutare la nostra gente ed i fratelli feriti. Comprendiamo la decisione dei politici Croati riguardo l'allontanamento dell'UNPROFOR che non si è dimostrata efficace nel compito assegnato. Pre­ghiamo Dio ardentemente perché, attraverso appropriati passi internazionali e nazionali, la pace venga restituita alla nostra terra e alla nostra gente Croata che sia fatta giustizia e che il nostro popolo separato possa ritornare alle sue case in sicurezza.
7. Sappiamo che tutti gli uomini sono peccatori davanti agli occhi di Dio e che noi tutti dobbiamo pentirci profondamente dei nostri peccati ed omissioni, ciò che un credente fervido fa in ogni istante. Sappiamo anche che ci sono molti stati e istituzioni sociali che sono delegati a combattere il male che si annida in loro.
Chiediamo quindi alle istituzioni Croate responsabili di mostrare la loro effi­cacia nel rimuovere le piaghe sociali che continuano ad espandersi, come l'uso di droghe, varie forme di attività criminale, aborto, pornografia. La Chiesa Catto­lica, nostra madre e maestra, è simbolo di giustizia per ogni uomo e gli mostra una immagine reale di Dio allo scopo che tutta la gente del mondo possa vivere in pace e mutuo rispetto. Non si stancherà insistendo nella giustizia, nel rispetto e nella verità e sarà sempre preparata a cooperare con le istituzioni che lavora­no per modellare un uomo soddisfatto spiritualmente e in salute fisica.
8. Cristo è la nostra pace (Ef 2,14). Non ci sarà pace in questa terra senza una sincera attività di mutua riconciliazione. Chiamiamo specialmente i fedeli cattolici, i preti, il clero e le suore nella regione coperta dalla Conferenza dei vescovi della BE perché esprimano il massimo ardore di fede verso la Chiesa, l'unità con Dio e la migliore riconciliazione possibile con ogni uomo e con i nostri vicini.

 Mostar, 29 gennaio 1995

 Card. Vinko Puljić, arcivescovo e metropolita di Vrhbosna e
presidente della Conferenza Episcopale della Bosnia-Erzegovina
Mons. Franjo Komarica, Vescovo di Banja Luka
Mons. Ratko Perić, Vescovo di Mostar - Duvno e
Amministratore Apostolico di Trebinje - Mrkan

  inizio_pagina

Messaggio dei Vescovi della Bosnia-Erzegovina ai sacerdoti, alle suore, ai religiosi e a tutti i fedeli

LA VERA PACE PUÒ' ESSERE OTTENUTA SOLAMENTE DA VERI OPERATORI DI PACE

Come risulta dal sinodo, tenutosi a Zagabria il 13 e 14 marzo 1995, vi man­diamo questo messaggio pastorale, cari fratelli e sorelle, sacerdoti, suore, reli­giosi e fedeli delle regioni della Bosnia-Erzegovina. Ancora una volta, come ab­biamo fatto ogni volta che abbiamo avuto l'opportunità di incontrarci, vogliamo farvi sapere che siamo uniti a voi con la nostra fede, speranza, sofferenza, solidarietà e amore verso Dio e verso i nostri vicini.
La guerra che imperversa nelle regioni delle nostre diverse diocesi ha impe­dito una vita normale nella nostra antica nazione. Più della mela delle nostre parrocchie sono state distrutte e rese deserte, i nostri fedeli sono sparsi in tutto il mondo. A molti dei nostri sacerdoti e delle nostre suore è stato negato il diritto di vivere nelle proprie parrocchie.
Tutti questi sono fatti dolorosi che colpiscono sia i membri delle nostre dioce­si come pure i nostri fratelli e sorelle della Chiesa di Cristo, che ci appoggiano. Siamo consci che stiamo vivendo la nostra "Via Crucis" e la nostra "Settimana Santa" ma allo stesso tempo sappiamo che il Salvatore del mondo, Cristo, è con noi. Questa consapevolezza ci dà la forza di non cedere nello spirito, di non dubitare della speranza e del conforto di Dio, anche se siamo nell' "Orto degli olivi". Cristo disse chiaramente ai suoi discepoli: "il servo non è di più del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi" (Gv 15,20). Ci ha anche detto che in questo mondo di peccato saremmo continuamente perse­guitati, di non preoccuparci perché Lui ha vinto il mondo (Gv 16,33).
Ringraziarne tutti quelli che sono rimasti fedeli ai comandamenti di Cristo e particolarmente al comandamento dell'amore e del perdono. In questo modo ri­fiutiamo le tentazioni posteci davanti dal demonio, padre della menzogna e ucci­sore dell'uomo (Gv 8,44).
In questo modo noi contribuiamo allo spirito di Cristo e al rafforzamento del suo regno, della sua verità, giustizia, amore e pace.
Mentre presentiamo le nostre umili preghiere a Dio nostro Signore affinché accresca la giustizia e fermi la nostra sofferenza, pensiamo anche sia nostro dovere chiedere alle forze politiche locali ed internazionali di porre fine alla soffe­renza di gente innocente e di trovare finalmente una giusta soluzione a questa tragica guerra nel nostro paese. Siamo consapevoli che una pace vera può essere raggiunta solo da coloro che portano la pace nei loro cuori e nelle loro coscienze. Per questa ragione invitiamo tutti voi a pregare instancabilmente Cri­sto, Re della pace, di illuminare le coscienze immerse nelle tenebre e di convertire i cuori avvelenati dall'egoismo, dall'avidità, dall'odio e da altri mali. Vi chiedia­mo, cari fratelli e sorelle, sacerdoti, suore e popolo di Dio, di unire la vostra sofferenza quotidiana in questo periodo di quaresima alla sofferenza di Cristo attraverso la quale anche le nostre croci fioriranno per il bene di tutta la Chiesa e per la vita eterna in cielo. Chiediamo a Dio che vi benedica tutti, nelle vostre case o in qualsiasi altro posto nel mondo, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

 Zagabria, 14 marzo 1995

 I vostri vescovi:
Card. Vinko Puljić, arcivescovo e metropolita della Vrhbosna
Mons. Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka
Mons. Ratko Perić, vescovo di Mostar - Duvno e amministratore di Trebinje - Mrkan
Mons. Pero Sudar, assistente vescovo di Sarajevo.

  inizio_pagina

Lettera dei Vescovi della Bosnia-Erzegovina per il 50° anniversario della fine della II guerra mondiale

PREGHIAMO PER LE VITTIME INNOCENTI DI QUESTO SECOLO NEL NOSTRO TERRITORIO

Le popolazione d'Europa celebrano in maggio il 50° anniversario della fine della II guerra mondiale. Anche noi, Vescovi cattolici, religiosi ed fedeli, come Chiesa della Bosnia-Erzegovina, ci uniamo alla Chiesa Croata che, il 28 aprile 1995, si è rivolta alla popolazione con una lettera della loro conferenza episco­pale. Quali Vescovi di questa chiesa vorremmo comunicare questo pensiero e un appello unitario.
1. Quasi tutto questo ventesimo secolo è contrassegnato, anche nella no­stra terra da ingiustizie, conflitti, sangue e colpe. In questa regione si sono com­battute due guerre mondiali. La prima fu addirittura provocata a Sarajevo nel 1914. Anche questo attuale terzo conflitto, guerra d'aggressione Ira i popoli, si diffonde in Bosnia-Erzegovina dal settembre 1991 fino ad oggi. E ancora non si vede la fine!
2. Fino all'inizio dell'occupazione turca della Bosnia-Erzegovina il popolo croa­to costituiva più dell'80% della popolazione e in seguito coabitò per secoli in questo territorio con altre popolazioni che qui risiedevano. Sebbene il nostro popolo abbia il diritto all'autodeterminazione e abbia la propria sovranità e liber­tà, fu costretto a subire diversi modelli statali, spesso contro la propria volontà. Il vivere a volte in condizioni d'intolleranza e di schiavitù non poteva certo influire positivamente sul piano dei diritti umani, religiosi, etnici e delle libertà. Successe cosi che tra i popoli di questo territorio scoppiarono conflitti cruenti e, giungendo a bagni di sangue e genocidi, furono inflitte agli esseri umani indegne crudeltà. Tali crudeltà sono state commesse sia dal potere politico sia da bande armate ribelli. Simili atrocità purtroppo continuano ad essere commesse fino ad oggi sotto gli occhi di tutto il mondo.
3. A ciò va aggiunto che queste stesse persone e popolazioni sono anche appartenenti a diverse chiese e a diverse comunità religiose. Inoltre per quanto riguarda il nostro territorio, non sono state tenute in adeguata considerazione le diverse ragioni storiche, le cause e le circostanze in cui esso sia formato. Non si è neppure tenuto conto della realtà oggettiva riguardante gli avvenimenti bellici, gli assassini e le vittime. Furono tuttavia scritti libri, che riempiono intere bibliote­che, nei quali venne accusato, condannato e diffamato non solo il popolo Croato ma anche la Chiesa Cattolica di questo popolo. Non solo gli studiosi laici ma anche quelli ecclesiastici hanno l'obbligo di esaminare con cura i dati, racco­glierli e valutarli obbiettivamente e di ricavare da tutto ciò la verità, poiché secon­do il nostro punto di vista è possibile rimuovere le ingiustizie createsi e correg­gerle solamente basandosi sui fatti reali e sulla base della giustizia arrivare ad una pace duratura.
4. Quali membri della Chiesa Cattolica e figli del popolo Croato, esortiamo tutti i fedeli e le sorelle, i credenti ed i nostri connazionali a rivolgere al nostro Padre celeste, insieme a noi vescovi, una preghiera Sabato 13 o Domenica 14 maggio, per tutte le vittime innocenti che, a causa della violenza e crudeltà uma­na, sono decedute nella I guerra mondiale (1914-1918), nel periodo fra le due guerre, nella seconda guerra mondiale (1941-1945), nel dopoguerra, special­mente con la tragedia di Bleiburg e durante la grande Via Crucis, sotto il regime comunista, in cui gli oppositori venivano eliminati con processi sensazionali o anche senza alcun processo e infine per le numerose vittime di questa guerra.
5. Qui non preghiamo solamente per le vittime tra i vescovi cattolici croati, i religiosi, il clero e i molti credenti ma anche per tutte le persone innocenti degli altri gruppi etnici cadute vittime della crudeltà della burrascosa guerra. Mentre con profondo rispetto ricordiamo queste vittime, vogliamo pregare anche per quelli che hanno ucciso queste persone o sono in qualche modo responsabili della loro morte. Con la nostra preghiera non vogliamo accusare ma invocare sinceramente lo Spirito del Signore perché rinnovi il volto di questo paese e ancor più i cuori di tutti gli uomini.
6. Siamo convinti che verrà il giorno in cui si considererà l'immensa tragedia consumatasi per questi innocenti indipendentemente dal loro credo o dalla loro appartenenza etnica. Perciò non si possono provocare nuove lacerazioni con il ricordo di queste vittime. Nello spirito del messaggio che il Santo Padre avrebbe voluto rendere noto nella Cattedrale di Sarajevo l'8 settembre 1994, se fosse stata possibile la sua visita, vogliamo rendere reale la preghiera del Padre No­stro: "Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori". "Con queste parole" così ha scritto il Papa "tocchiamo la domanda chiave. Cristo stesso ce l'ha dimostrato quando, mentre moriva in croce, disse a riguardo dei suoi uccisori: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno" (Le 23,34). La storia umana dei popoli e delle nazioni è piena di odio e torti reciproci (.....) Oggi vogliamo pregare perché si arrivi nuovamente alla riconcigliazione - preghiamo e perdoniamo - che ci sia il perdono per i nostri fratelli nei Balcani! Senza questo atteggiamento è difficile ricostruire la pace. Prima o poi si dovrà perdonare, poiché la catena formata da "colpe e castighi" non troverà mai fine. Perdonare non significa dimenticare! Mentre il ricordo appartiene necessariamente alla storia, il per­dono scaturisce dalla forza divina, la forza di Cristo che lavora fra le vicende umane e popolari. "Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male". Quali sono oggi le tentazioni dalle quali preghiamo il Nostro Padre di liberarci? Sono quelle che trasformano il cuore umano in pietra, che, di fronte alla richiesta di perdono e di pace, rimane insensibile. Sono tentazioni di pregiudizi etnici che rendono insensibili le persone di fronte ai diritti altrui e alle loro sofferenze. Sono le tenta­zioni delle diverse forme di un nazionalismo acceso che portano ad abusi sui propri simili e a desideri di vendetta. Tutte queste sono tentazioni che si possono dipingere come espressione di una civiltà della morte (.....) Tutte le vittime di questa atroce guerra che sono al cospetto di Dio pregano per i sopravvissuti e supplicano per la pace e la riconciliazione" (GK 38/94,7). 

In questo spirito preghiamo per tutte le vittime innocenti di questo secolo sul nostro territorio. Siamo pieni di tristezza per tutti i torti e misfatti commessi. Vor­remmo che ogni persona potesse vivere un'esistenza umanamente degna nella pace e nella libertà, con la propria identità religiosa ed etnica, rispettando gli altri ed essendo orgogliosa dei propri valori. Possano le nostre parole di pace, uma­ne e religiose, servire come pegno per una pace duratura per tutti!

 Sarajevo, 3 maggio 1995.

 Card. Vinko Puljić, Arcivescovo di Vrhbosna (Sarajevo) e Metropolita
Mons. Franjo Komarica, Vescovo di Banja Luka,
Mons. Ratko Perić, Vescovo di Mostar - Duvno e Trebinje - Mrkan,
Mons. Pero Sudar, Vescovo Ausiliare di Vrhbosna (Sarajevo)

  inizio_pagina

Appello alla popolazione nazionale e internazionale

ESPRIMIAMO NUOVAMENTE LA NOSTRA SOLIDARIETÀ CON TUTTI COLORO CHE SONO STATI PRIVATI DEI LORO DIRITTI

Trovandomi nella mia casa natale di Banja Luka e nella diocesi di Banja Luka per la prima volta come Cardinale, con il vescovo locale mons. Franjo Komarica rivolgo alla gente di qui e al mondo il seguente appello:
1. Croati Cattolici e altri, nella regione di Banja Luka, per tre anni ormai hanno vissuto senza i diritti e le libertà fondamentali: il diritto alla casa, alla patria, a procurarsi di che vivere, alla sicurezza della proprietà, alla sicurezza sociale, alla libertà di movimento e persino, abbastanza spesso, il diritto alla vita. Questa situazione assolutamente inumana sta diventando insopportabile anche per i più resistenti;
2. I cattolici con il loro contegno estremamente pacifico dall'inizio della guer­ra, in Croazia e in Bosnia-Erzegovina, hanno accumulato un credito non solo nei confronti dei loro vicini di casa ma anche di tutta l'altra gente del posto e del mondo. La comunità internazionale ha il dovere di intraprendere più decise misu­re per la loro protezione, per assicurare i loro diritti e le loro libertà;
3. L'atteggiamento indifferente e indolente dei politici responsabili, sia locali che internazionali, è incomprensibile, considerando che sono a conoscenza di quello che sta succedendo alla pacifica popolazione dei civili di queste regioni ed ancora nulla è stato fatto per evitare queste gravi atrocità contro il genere umano. I lavoratori della stampa e la loro disinformazione pubblica danno una grossa mano a quelli che agiscono creando il male e la violenza in modo che questi si sentono liberi di continuare senza temere alcuna punizione. Non intra­prendendo alcuna azione a protezione della innocente popolazione locale, cat­tolici e altri, si mettono, forse inconsciamente, dalla parte degli aggressori. Come credenti e, allo stesso tempo, predicatori della fede e della morale della chiesa di Gesù Cristo in queste regioni, siamo in dovere, davanti a Dio e per rispetto della nostra coscienza, di alzarci in difesa della legge Divina e della dignità umana. E' nostro dovere avvertire coloro che decidono del destino delle persone private di ogni diritto, che devono affrontare serie responsabilità davanti a Dio e alla storia.
4. Ancora una volta e con la massima decisione alziamo le nostre voci di solidarietà e sostegno per la protezione della dignità umana, dei basilari diritti umani e civili e delle libertà di tutte le persone oppresse, invitando tutti gli animi nobili ad unirsi a noi nella salvezza degli uomini oppressi di queste terre ed altrove nella Bosnia-Erzegovina, nei Balcani e nel continente europeo.
5. Ovviamente ci aspettiamo che ogni membro della chiesa cattolica e tutti gli altri cristiani e credenti in un Dio, nella regione della diocesi di Banja Luka, nella capitale della Vrhbosna, in Europa e nel mondo, si uniscano con decisione alle nostre preghiere verso Dio, l'unico vero creatore di pace, e alle nostre azioni volte al raggiungimento della pace, il più presto possibile, in questa e altre zone dì guerra.

 Banja Luka, 28 febbraio 1995

 Cardinale Vinko Puljić, Arcivescovo e Metropolita di Vrhbosna
Mons. Franjo Komarica, Vescovo di Banja Luka
Mons. Ratko Perić, Vescovo di Mostar - Duvno e Trebinje - Mrkan.

inizio_pagina 

 

CON I FRATELLI DELL’EPISCOPATO

LETTERA DEI VESCOVI CROATI A TUTTI I VESCOVI DEL MONDO

IN ARMONIA VERSO UN GENERALE RINNOVAMENTO

DECISA PROTESTA CONTRO LA VIOLAZIONE DELLA DIGNITÀ PERSONALE, NAZIONALE E RELIGIOSA DEI POPOLI

LA PROTEZIONE DEI DIRITTI UMANI NELL'AGGRESSIONE DELLA BOSNIA-ERZEGOVINA E' DI ESTREMA IMPORTANZA

IN CRISTO HA UN SENSO IL MISTERO DEL DOLORE

PIÙ' DELLA META' DEI CATTOLICI DELLA BOSNIA - ERZEGOVINA ESPATRIATI

"NON POSSIAMO ESSERE D'ACCORDO CON LA PERDITA DI PIÙ DELLA META' DELLA CHIESA CATTOLICA ORGANIZZATA IN BOSNIA-ERZEGOVINA''

I CATTOLICI SONO DISPOSTI E CAPACI DI VERA COESISTENZA

IL DIRITTO UMANO DI VIVERE E DI COESISTERE

I DEPORTATI E GLI UMILIATI ASPETTANO I GIORNI DELLA TOTALE LIBERTÀ

"QUESTA GUERRA E' UN'ACCUSA CONTRO LA CIVILTÀ MODERNA"

"LE ISTITUZIONI INTERNAZIONALI DEVONO PROTEGGERE L'INDIPENDENZA E LA LIBERTÀ' DI OGNI STATO RICONOSCIUTO A LIVELLO INTERNAZIONALE"

UCCISIONI CON ARMI E FAME

PER L'EFFETTIVA ATTUAZIONE DEGLI ACCORDI RAGGIUNTI

L'IMPOSSIBILITA' DELLA VISITA DEL PAPA E' UN DOLOROSO EVENTO IN UNA SERIE DI MOLTI ALTRI

NON  POSSIAMO  ACCETTARE  DI  DOVER SCOMPARIRE

"SIAMO PROFONDAMENTE RATTRISTATI DALLA NEGLIGENZA DELLA COMUNITÀ' POLITICA INTERNAZIONALE"

LA VERA PACE PUÒ' ESSERE OTTENUTA SOLAMENTE DA VERI OPERATORI DI PACE

PREGHIAMO PER LE VITTIME INNOCENTI DI QUESTO SECOLO NEL NOSTRO TERRITORIO

ESPRIMIAMO NUOVAMENTE LA NOSTRA SOLIDARIETÀ CON TUTTI COLORO CHE SONO STATI PRIVATI DEI LORO DIRITTI

 

..::Barlovci::..

 

Copyright © 2005 all rights reserved - webmaster@biskupija-banjaluka.org